Nello spazio pubblico

marzo 5th, 2011 § 0 comments

Ci sono alcuni fatti che, ultimamente sono successe, che, a mio modesto parere, meritano qualche riflessione.

Mi riferisco a due “eventi” culturali come la riflessione di Eco a Gerusalemme e la vittoria di Roberto Vecchioni a Sanremo.

Dico subito che la vittoria di Vecchioni è stata strameritata e la canzone è davvero bella ed emozionante.

Quello che non mi è piaciuto sono le esegesi sulle motivazioni del voto popolare, su quelle elucubrazioni, francamente cervellotiche, sulle motivazioni psicologiche e sui significati reconditi da attribuire alla conquista della kermesse canora italiana.

Si è concluso che la vittoria di Vecchioni sia il segno di un risveglio italiano dall’incubo berlusconiano, così come segni di questa riscossa sono stati, ultimamente, la “rivolta” studentesca contro la riforma Gelmini e la c.d. manifestazione per la dignità della donna.

Sinceramente mi rimane davvero difficile credere che da Sanremo, evento italiano quantomai televisivo per antonomasia, possa arrivare il segnale per il rovesciamento della “telecrazia”.

Proprio da quel Sanremo, condotto dai vari mostri sacri dell’immaginario televisivo, come Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Raimondo Vianello e Paolo Bonolis, il cui esito è rimesso al voto telefonico della sua audience, i custodi della verità e della rivoluzione traggono gli auspici di una nuova stagione di rivolta contro il potere di Silvio Berlusconi.

Credo che l’ironia e la stupidaggine di questa posizione sia talmente evidente.

La verità, sono convinto, che sia molto molto più semplice. Vecchioni ha vinto perchè è bravo, e la sua carriera lo dimostra, e perchè la sua canzone è bella e meritava.

Umberto Eco, ed i suoi libri, hanno segnato la mia formazione intellettuale e quindi provo una certa ritrosia a “polemizzare” con le sue prese di posizione.

Il suo Diario minimo è, infatti, uno di quei libri che rileggo sovente e volentieri. I suoi saggi sulla fenomenologia di Mike Buongiorno o sui paradossi urbanistici di Milano sono oggetto della mia invidia intellettuale e letteraria.

Il nome della Rosa mi ha fatto scoprire il mio lato esoterico ed ha portato alla luce la mia curiosità verso il Santo Graal ed i templari.

Umberto Eco, come scrittore e come studioso, è quindi per me un gigante ed un esempio.

Eppure non posso seguirlo quando, anche se per paradosso e per provocazione, paragona Berlusconi ad Hitler.

Il compito di un intellettuale è quello, secondo me, di allargare e indicare nuovi sviluppi di quelle spazio pubblico che è la cultura.

Un intellettuale dovrebbe imparare nuovi usi creativi della cultura, scoprire nuove strade per nuove mete.

Un intellettuale dovrebbe vivere il futuro e suscitare negli altri la voglia di arrivarci, raccontandolo.

Non dovrebbe essere avvitato ad un eterno presentismo.

Non sto dicendo che gli intellettuali dovrebbero fregarsene del presente e della attualità, ma dovrebbero usare il presente come punto di appoggio per esercitare la leva del futuro e non come punto di arrivo di una riflessione pubblica.

In nome di questo presentismo assoluto ed assolutorio, gli intellettuali italiani stanno abbandonando lo spazio pubblico e si stanno richiudendo in solipsistici eremi e torri d’avorio, certificando, con il loro comportamento, una ritirata dei costumi nazionali.

Ed è davvero triste, vedere un paese di Santi, Poeti e Navigatori guardarsi il proprio ombelico.

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