Non salgo e non scendo, io faccio…

dicembre 26th, 2012 § 0 comments

Pregiatissimo Senatore Monti,

fin dall’inizio del suo governo “tecnicamente” politico io l’ho avversata, pur riconoscendole l’onore che la sua storia ed il suo cursus studiorum atque honorum le conferi vano. L’ho avversata in nome di un principio strettamente connaturato alla mia concezione democratica ed alla Costituzione materiale che si è venuta fomando in questi ultimi anni.

Il principio è il seguente: “è meglio un brutto governo, purchè eletto, di un buon governo tecnico.”. Lo avrei affermato anche se al governo ci fosse stata una coalizione che non ho votato.

Ciò non vuol dire che non riconosca la legittimità formale e costituzionale del suo gabinetto, ci mancherebbe. Quello che non mi è piaciuto è stato il modo in cui Lei ed il suo governo siete stati insediati, Diciamolo chiaramente che la nascita di questo governo ha rappresentato un “allungamento” troppo stiracchiato delle norme costituzionale, al limite della rottura istituzionale, da parte del presidente Napolitano e che, adesso, la sua salita in campo cerca di sanare, prendendo “a posteriori”  quel consenso che, invece, avrebbe dovuto avere quando fu nominato Presidente del Consiglio.

Ebbene era chiaro, fin dall’inizio, che il suo mandato era, non so da lei interpretato, non un mandato imparziale e tecnico, ma una missione etica, (di natura quasi divina), per cambiare la testa degli italiani.

In molti suoi discorsi ricorre questa figura e molte delle norme da Lei e dal suo governo vanno in quella direzione.

Per usare , ed abusare, di una metafora di kant, mi è sembrato che Lei fosse andato al governo per raddrizzare “il legno storto dell’italianità.”. Una italianità intesa come incapacità quasi genetica di inferiorità ad un popolo tedesco. Unicio vero popolo eletto di una europa, (scritta volutamente in piccolo), ostaggio delle miserie di una alleanza francotedesca che ogni giorno di più mostra la corda e la poca resistenza ed autorità delle sue istituzioni.

Una europa, (ancora in minuscolo), che è arroccata in un delirio di onnipotenza tecnocratica in bilico tra i comportamenti degli invitati alla festa in maschera de “la Maschera rossa” di Poe, della orchestrina sul Titanic e del “dategli le brioche” della regina Maria Antonietta.

Ebbene io credo che non servano le leggi per cambiare le abitudini o le attituidini di un popolo serve l’esempio ed un nuovo vocabolario che cambi la prospettiva da cui la società guarda il mondo.

In verità, Lei ha cercato di innovare qualche parola del trito lessico del politichese. Basti ricordare l’insistenza sulla parola “sobrietà”, il decreto “salvaItalia” o il decreto”cresciItalia”. L’ultima è stato il ribaltamento della famosa “discesa in campo” di berlusconiana memoria in “salita” per indicare  la sua scelta di partecipare, finalmente, alla competizione elettorale.

Credo che capirà se le dico che a questo vocabolario decido di non conformarmi. A questo esperanto ibrido, costruito sulle macerie e sui passaggi logici di un berlusconismo disastrato ed attualmente disastroso, ancorché rovesciato.

Non sono queste le parole che servono alla politica ed alla società. Prova ne sia che la sua agenda riesce a scaldare i cuori solo di quei “politici” che oggi hanno il culo freddo senza poltrona perchè a rischio di non essere rieletti e credono che, appoggiandola, possano tornare a sentire il calore al loro lato B.

Io non sono mai sceso, anche quando sono stato eletto come consigliere comunale a 29 anni nel 1999 con 137 voti (il paradosso è che, per adesso, ne ho avuto più di Lei) e non sono mai salito. Sono rimasto me stesso a fare.

Ecco: io faccio.

Io faccio politica come riesco e come la so fare. Magari sbagliando, ma cercando di non raddrizzare l’albero storto dell’umanità. Magari solo il mio.

 

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