l’importanza di esserci, anche solo per interesse

dicembre 12th, 2013 § 0 comments § permalink

Qualche giorno fa il premier Enrico Letta ha paventato il pericolo che, alle prossime elezioni europee di maggio 2014, i movimenti ed i partiti antieuropeisti possano occupare almeno 100 seggi.

Personalmente non sono preoccupato di questo.

Ritengo fisiologico che una democrazia possa dare rappresentanza anche a chi non è d’accordo con le “regole del gioco” e. giocando secondo quelle stesse regole, cerchi di cambiarle.

L’Europa, ma sarebbe meglio dire la Commissione Europea, i governi e la BCE, in questo periodo di profonda crisi economica, ce l’ha messa tutta per rendersi antipatica ed ostile ai propri cittadini, apparendo come quella che è debole con i forti, e forte con i deboli.

Eppure nonostante tutto, per esempio a Kiev, c’è ancora un popolo che sogna di entrare nell’Europa, come una terra di libertà e di opportunità per tutti.

Sarebbe facile, ed anche semplicistico, fare il parallelo con la situazione in Italia, ove i “forconi”, invece, si scagliano rabbiosamente contro l’euro e l’Europa.

Emotivamente non si può non simpatizzare con questo movimento.

Lo ripetiamo, il grande sogno dell’Europa, grazie a questi politici europeisti, servi della burocrazia tecnocratica e piegati all’interesse particolare delle proprie nazioni, è divenuto l’incubo europeista.

Anche le parole sottolineano questo passaggio. Oggi pochi si professano europei, moltissimi, invece, sono gli europeisti.

Europa, europeism, EUrpes….

La mia paura più grande, per le prossime elezioni europee, è che, ancora una volta, l’Italia non esprima una adeguata rappresentanza europea in seno all’ALDE, l’allenza liberale e democratica europea.

Mi piange il cuore, infatti, a vedere che nell’ALDE siamo rappresentati da personaggi come Vattimo e da partiti come l’Italia dei Valori, che alle ultime elezioni politiche decise di confluire con Ingroia e la sua (fortunatamente incompiuta) rivoluzione civile.

Eppure ci sono, soprattutto, negli ultimi tempi moltissimi sommovimenti in quell’area laica e liberale che sembra uscire da un letargo quasi ventennale, anche grazie al terremoto della decadenza di Berlusconi, ed allo Tsunami politico di Renzi.

Non siamo qui a formulare il solito augurio del “volemose bene” e della unità delle sigle liberali italiane.

Sappiamo bene, per averla sperimentata, sulla nostra pelle che è impossibile.

Siamo qui ad auspicare il solo metodo che potrebbe funzionare: un “matrimonio” di interesse.

Queste sigle hanno tutto l’interesse a presentarsi sotto lo stesso emblema, non in nome di ideali o di valori comuni, ma in nome del superamento della soglia di sbarramento, prevista dalla legge elettorale italiana.

L’interesse non sarebbe solo elettorale per le sigle liberali, ma di riflesso sarebbe un vantaggio per gli elettori e per l’Italia.

Ci sarebbe finalmente una voce europea libera ed autorevolmente italiana in grado di parlare e di fare l’Europa e non gli europe(i)sti.

Sarebbe un sogno, per me, vedere sotto le insegne dell’ALDE persone come Ichino e Zanetti di Scelta Civica, De Nicola e Falasca (ALI), Boldrin (Fare), Giacomo Zucco (Tea Party Italia) ed anche uno come Maurizio Turco dei Radicali seduti nell’emiciclo di Bruxelles o di Strasburgo sotto le insegne dell’ALDE.

L’importante sarà esserci, anche solo per interesse….

Occupare la prateria – parte 1

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Da tempo sosteniamo che, soprattutto dopo l’ultima sconfitta elettorale amministrativa del centrodestra, si è aperta una prateria politica che, tranne alcuni sparuti gruppi, nessuno sembra voler occupare.

Uno di questi gruppi è il Tea Party Italia che, già dal suo nome, guarda all’esperienza innovatrice e palingenetica nei confronti del campo repubblicano dei Tea Party negli Stati Uniti.

Nonostante un certo ostracismo da parte del mainstream mediatico italiano, sempre affetto di un misto tra provincialismo e presentismo, il Tea Party Italia è uno dei pochi network politici a funzionare ed ad produrre idee sia nella rete che off-line.

Non è un caso, infatti, se alcuni suoi esponenti abbiano rivolto un appello pubblico a Silvio Berlusconi perchè usi il modello Tea Party per rifondare Forza Italia.

Sarebbe troppo comodo e semplicistico, a nostro parere, descriver il Tea Party come la (possibile) risposta a Grillo da parte di un centrodestra.

Il Tea Party italia non nasce per merito del centrodestra, ma nonostante esso.

Esso, infatti, non è frutto di uno studio di marketing e non ha come collante l’avversione verso la politica.

I Tea Partigiani, certamente muovono dalla delusione di una mancata rivoluzione liberale, ma hanno saputo sfruttare questa delusione come carburante per il proprio impegno.

Un impegno culturale e civile, ma non elettorale, visto che, fino ad adesso, non si sono mai presentati a nessuna competizione elettorale.

Certe volte, vista la scarsa qualità di alcuni eletti, viene da chiedersi cosa succederebbe in Parlamento se il governo Letta fosse incalzato da una piccola pattuglia del Tea Party, secondo noi, ne basterebbero almeno cinque.

Lotta al fisco predatorio, meritocrazia, liberalizzazioni e una massiccia cura dimagrante per lo Stato, attraverso una potente azione deburocratizzante, sono e parole d’ordine di questo movimento.

Le stesse parole che sono il vocabolario base dei nativi della prateria.

OLTRE-Berlusconi ?!!?

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Il presidente Giorgio Napolitano ha vergato, con un apposito messaggio, la sua opinione riguardo questo convulso momento politico post condanna di Silvio Berlusconi. Lo ha fatto con un messaggio ricco di spunti di riflessione che, ovviamente, i falchi e le colombe di ciascun schieramento hanno letto in maniera diversa e simmetricamente speculare.

Il presidente Napolitano, in un raro esempio di equilibrio, è riuscito a scontentare tutti e quindi, per le regole della politica italiana, ha fatto la cosa giusta.

Ci sarebbe stato bisogno, in una democrazia matura, di un simile messaggio da parte del presidente della Repubblica ? Ovviamente no.

Ma in questo strano e particolare momento politico, niente di normale sembra funzionare.

Il risultato delle ultime elezioni politiche ci hanno consegnato:

1.un partito che è arrivato primo, ma non ha vinto, anzi nell’immaginario collettivo h nettamente perso;

2.un partito che non è arrivato primo, ma ha vinto e di cui la leadership si è nettamente consolidata;

3.un ex premier che, nonostante il tifo europeo e dei giornali politicamente corretti, non ha saputo leggere ed interpretare le pulsioni della società civile stritolata da una crisi culturale ed economica mondiale, e che si è appoggiato a partiti decotti ed abortiti ed ad un associazionismo elitario in nome di un attendismo politico, arrivando quarto;

4.un movimento liquido di protesta che, grazie alla faccia di un comico ed a strategie di guerrilla marketing, ha saputo costruire, sfruttando la rete come mezzo di militanza politica, un fronte dello scontentismo.

Di fronte a questi dati il risultato poteva essere uno solo, cioè le cd. larghe intese, ed è quello che è avvenuto. Tutti sanno che questo stato di cose non è eterno e che, presto o tardi, bisognerà che la dialettica politica ritorni ad agire funzionalmente e correttamente.

Questa condizione attuale, però, può essere usata per piantare quei semi del cambiamento e della innovazione istituzionale e politica di cui l’Italia ha assolutamente bisogno, e non da adesso.

Le risposte, però, non possono risiedere in un nostalgico e ammirato ritorno al passato, inteso come spazio mitico della palingenesi politica e partitica.

Da qualche tempo, su questo spazio, stiamo segnalando la presenza di uno spazio politico e, probabilmente partitico, completamente nuovo.

Una novità magmatica ed anarchica, varia, ma non avariata, confusionaria, ma non confusa, potenzialmente esplosiva.

Una prateria l’abbiamo chiamata, che si è aperta alla destra del centrodestra italiano, dopoché lo stesso centrodestra ha lasciato cadere alcune battaglie storiche ed ha scordato parole d’ordine che, invece, avrebbero dovuto essere parte integrante della propria costituency.

Il problema è proprio questo: al posto di parlare del dopo Berlusconi, bisognerebbe iniziare a discutere ed immaginare l’oltre.

Un oltre che non rinneghi Berlusconi ed il berlusconismo, ma che sappia trarre proficui insegnamenti e consigli da questa esperienza, che sappia analizzare il perché non si è arrivati a quella sospirata rivoluzione liberale, in un momento storicamente favorevole, e che sappia trovare un percorso politico favorevole alla sua realizzazione.

Una rivoluzione che sappia innovare la tradizione, ibridandola, ma senza snaturare, con le nuove opportunità di condivisione e di trasmissione delle opinioni che la tecnologia offre.

Una rivoluzione smart, praticamente.

Condannato !!!

agosto 1st, 2013 § 0 comments § permalink

La Corte di Cassazione ha deciso.

Silvio Berlusconi è stato definitivamente condannato, per il reato di frode fiscale, a 4 anni di reclusione nell’ambito della vicenda nota come MediaTrade.

La Corte  ha annullato, con rinvio alla Corte di appello di Milano per una nuova definizione, la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

A noi, sinceramente, non interessa schierarci tra i giacobini festanti o tra i lealisti piagnucolanti.

Abbiamo votato e sostenuto convintamente Silvio Berlusconi negli scorsi anni, non ce ne vergogniamo e non lo rinneghiamo.

Lo abbiamo fatto in nome (e per conto) di quella rivoluzione liberale che sia Forza Italia che il Popolo della libertà non è mai stato capace di fare.

Peccato !!!

Peccato, perché questa condanna è quanto di più ironico possa esserci.

Berlusconi, infatti, viene condannato per non aver saputo, o potuto, oppure voluto fare quella che doveva essere il cardine della sua rivoluzione liberale: la riforma del sistema tributario italiano.

Al di la della ironia, però, questa sentenza non può essere liquidata in maniera lieve.

Anzitutto viene da chiedersi se questa sia la fine di Berlusconi e dell’attuale centrodestra italiano ?

Certamente,secondo noi,  questa condanna non segna la fine del Cavaliere.

Sicuramente, però, non è neanche un punto a suo favore, o meglio a favore della sua immagine.

Berlusconi non abbandonerà la scena politica ed il suo partito, anzi, probabilmente, ci si dedicherà con maggiore impegno e maggiore visibilità.

Ne avremo una prova a settembre con il ritorno al futuro antico di Forza Italia.

L’altra domanda riguarda, inevitabilmente, le ricadute sul governo Letta.

Il PdL non farà cadere il governo Letta, questo è chiaro, ma aspetterà che sia il Pd del nuovo segretario che uscirà dal congresso di ottobre/novembre a staccare la spina.

Interessante sarà vedere cosa accadrà al Senato nel momento in cui si deciderà sulla decadenza del senatore Berlusconi.

Il voto del Pd sarà la cartina di tornasole del suo congresso.

Queste le nostre valutazioni politiche sul passato e sul presente.

Per quel che riguarda il futuro, la condanna di Silvio Berlusconi non può e non deve inficiare l’urgente bisogno di una nuova organizzazione di centrodestra e di una vera rivoluzione liberale.

Su tutti e due i fronti il centrodestra berlusconiano è indietro, se non fuori tempo massimo.

Siamo convinti che, dopo, oppure nonostante questa condanna, quello spazio politico che, per comodità, chiamiamo destra sia pervasa da forti sommovimenti intestini destinati a defragare.

Per quel che riguarda la rivoluzione liberale, questa non può non essere scissa dalla forma futura della destra.

Una forma che deve essere congruente e coerente con i contenuti della stessa.

Una rivoluzione che dovrà investire il fisco e la giustizia, come minimo.

Rifondare AN ? No, grazie. Costruire un partito repubblicano-conservatore all’anglosassone ? Con molto piacere

giugno 15th, 2013 § 0 comments § permalink

La batosta di Alemmanno, ad opera di Ignazio Marino, alle ultime elezioni amministrative ha imposto, all’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, la situazione comatosa, quasi irreversibile, in cui si dibatte la destra politica italiana.

Una destra che, dopo l’esperienza di Alleanza Nazionale, si è frammentata in una serie di rivoli asfittici e stagnetti maleodoranti al punto da rendere, quasi, insignificante la presenza politica di esponenti della destra.

Le varie fratture, avute, a destra si sono registrate o in nome di un anacronistico ritorno al passato, o in nome di un’asfittica fedeltà alla tradizione, o in nome di un facile entusiasmo verso una melassa progressista oppure in nome di una accettazione del più becero e sterile politicamente corretto.

La destra italiana si è rotta, infatti, o perchè ha voluto ritornare troppo indietro oppure perchè ha voluto correre troppo in avanti.

O si è voluta fermare, o ha voluto andare troppo veloce.

Mai che abbia deciso di andare al passo con i tempi e con le realtà culturali che stavano modellando il mondo, cercando una propria via ed un proprio modo di vivere e leggere il tempo che stava vivendo.

Questi continui strappi, non hanno fatto altro che logorare il tessuto di una comunità capace, oltre che di un pensiero autonomo, di saper imporre la propria agenda all’attenzione della pubblica opinione.

Una comunità che, per la maggior parte, non ha potuto che rifugiarsi sotto gli ampi e comodi mantelli del berlusconismo, pur sapendo ed avvertendo che il berlusconismo non era assimilabile ed omogeneo a quel pensiero sotterraneo e “clandestino” che la destra italiana aveva elaborato. Una comunità che, pian piano, ma inesorabilmente, ha lasciato cadere i propri ideali ed i propri punti di riferimento per “conformarsi” all’ideologia pret a porter del padrone della coalizione e, soprattutto, della sua cricca barocca e decadente. Una comunità che, ad opera dei cd. colonnelli, ha barattato le poltrone di governo con il mutismo e con la rassegnazione.

Anche chi ha pensato di poter avere una vita autonoma, e magari, per una stagione elettorale, ha strepitato contro Berlusconi, ha saputo cogliere al volo l’occasione di posarsi su una poltrona di governo e divenire colonnello dei pretoriani.

Gli altri, confusi ed infelici, hanno scelto, consapevolmente, la via elitaria e/o quella della marginalizzazione. In questo solitario solipsista un grande aiuto intellettuale è stato dato da Internet e soprattutto dai social network.

Se, infatti, oggi si può tornare a parlar di una destra (ri)unita, è forse merito di tutte quelle persone che, grazie ai social media, sono rimaste in contatto ed hanno avuto il coraggio intellettuale di continuare a parlarsi.

Oggi, però, non è possibile, a mio parere, rifondare Alleanza Nazionale.Certo la sua lezione non va certo dimenticata, ma nemmeno può essere presa a modello.

Meno che mai può essere preso a modello il PdL, ove il modello della integrazione è data dal matematico 2/3 Forza Italia, 1/3 AN.

Quello che, a mio modesto parere, la destra (che vuole riunirsi) dovrebbe fare è costruire un partito conservatore prendendo a modello l’omonimo partito inglese ed il partito repubblicano americano, ibridato dai Tea Parties.

Un partito che decida di occupare la destra di Berlusconi in nome di alcune figure come Margareth Tatcher, Paolo Borsellino e Steve Jobs. Un partito che non guardi alla tradizione come un dogma incrollabile ed al futuro con ingenuo ottimismo, un partito che decida di parlare la lingua dello spirito dei tempi, che si occupi di start up e non solo di dipendenti pubblici, che riesca a coniugare meritocrazia e solidarietà senza rimpiangere welfare universalistici con contributi a pioggia, finanziato da troppe tasse, raccolte da un fisco pervasivo e stritolatore, che sappia unire fecondamente merito, legalità ed impresa, solo per fare qualche esempio.

Un “partito” liquido, connesso e pensante, e non pesante, che difenda i diritti civili e che voglia conquistarne di nuovi, garantendo al contempo l’ottemperare ai doveri civili.

Un tale partito è,secondo me, possibile. Ma non possono farlo i colonnelli di adesso e di un tempo che fu. E’ stata la loro mentalità a produrre gli strappi nel tessuto della destra italiana ed è per questo che non riusciranno mai a ritesserla, o al limite ripararla.

Questo compito spetta ad altri.

A dei sognatori, a dei visionari, a dei coraggiosi che decidano di saltare sui propri carri per conquistare quella prateria politica che nessuno sembra voler colonizzare.

Non è un caso se la parabola della Destra italiana vincente ed al governo era iniziata nel 1993 con la candidatura a Sindaco di Roma di Gianfranco Fini ed è finita con la sconfitta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel 2013.

Un altro ventennio, se mi passate la battuta !!!

 

La prateria di libertà che nessuno sembra prendere, neanche a chi converrebbe

giugno 2nd, 2013 § 0 comments § permalink

Non sappiamo chi vincerà questa tornata amministrativa.

Ignoriamo chi, tra Marino ed Alemanno, diventerà il prossimo sindaco d’Italia.

Ma possiamo tranquillamente dire chi ha perso.

Hanno perso i sognatori di una qualsiasi aggregazione liberale o vagamente tale.

Non ci schiereremo con i grillini nell’insultare gli elettori, perchè abbiamo sempre rispettato la democrazia sia nelle sue forme che nella sua sostanza.

Ci permettiamo di essere arrabbiati con quella classe “dirigente” pusillanime e conservatrice che è al vertice di alcune forze politiche.

Nonostante, infatti, si sia aperta una enorme prateria alla destra di Berlusconi e del Pdl, nessuno di costoro ha manifestato la voglia o la volontà di andarci.

La prateria è enorme ed è costituita da un caos creativo e magmatico di elettori, certamente delusi dallo stato attuale, ma, altrettanto sicuramente, anti-burocrazia, anti-tassazione eccessiva, anti-sprechi, pro-mercato, meritocratica e ,soprattutto, aperta.

Un “esercito” silenzioso e senza voce ufficiale, in preda allo scoramento ma che non vuole arrendersi, pronto a rimettersi in cammino, se solo capitasse l’occasione giusta.

Ma le occasioni in politica non capitano a caso, succedono soprattutto grazie alle azioni degli uomini.

Ma qui, in questo scenario politico, più che azioni abbiamo solo reazioni e più che uomini, abbiamo grigi personaggi senza autore e senza copione.

Ne abbiamo perso di occasioni, ed abbiamo sempre dato la colpa alle persone che non ci hanno capito.

Forse è il caso di cominciare a pensare che noi liberali non siamo mai stati pronti in questi anni.

Oggi possiamo fare come gli americani che scelsero il far West e portare i nostri carri sui prati di questa prateria oppure fare come il deserto dei tartari, cioè rimanere sulla garritta del forte a sorvegliare un pezzo di terra aspettando un nemico che, forse, non arrverà mai.

Almeno sopero che saremo pronti per questa scelta…

 

Caro Cav. se prima di Grillo avessi visto in “casa” tua, avresti scoperto molto prima la Web Revolution

giugno 28th, 2012 § 0 comments § permalink

Pregiatissimo Onorevole Berlusconi,

non passa giorno oramai che un qualunque giornale non riporti la notizia della sua “infatuazione” per il movimento 5 stelle e per l’uso che Beppe Grillo fa delle potenzialità della Web Revolution.

Certamente è una buona cosa, sempre più, infatti, il messaggio, soprattutto, se politico passerà sulla rete e non sarà mai un messaggio ad una direzione ed ad unico contenuto, ma sarà condivisibile e editabile da chiunque abbia una connessione.

Un assaggio della potenza della rete, in verità, lei lo ha già avuto nelle elezioni del Sindaco di Milano. Non passava direi minuti senza che ogni parola della Moratti, nonostante la potenza di fuoco e di denaro di cui disponeva, non venisse capovolta ed usata contro di lei grazie ad una ironia diffusa e condivisa.

Sappiamo benissimo come è andata a finire.

E’ stata il primo di tanti calci nei denti che lei ed il suo “partito” avete subito, dopochè avete avuto veramente la possibilità di cambiare l’Italia per sempre.

Ma lasciamo stare questa che, oramai, è storia.

Ora viene il momento di Beppe Grillo e, legittimamente, lei cerca di recuperare il tempo perduto (ed anche i voti) facendo quello che qualunque buon manager farebbe di fronte alla perdita di fatturato: cercare di capire come funziona il concorrente e replicarne l’organizzazione.

Vista la situazione attuale lei fa davvero bene.

Ma se, invece, di trastullarsi (e perdere tempo) con i colbertismi alla Tremonti ed le bozze di Calderoli lei avesse dato un minimo sguardo al suo “campo” di sostenitori, oggi, molto probabilmente, avrebbe lei un vantaggio competitivo che avrebbe messo Grillo sulla difensiva.

Quel “quid” era, anzi è, Tocqueville.it .

Sarebbe bastato che qualche suo collaboratore, piuttosto che  sottoporre i soliti nomi per le solite poltrone, le avesse messo di fronte un pc, o magari un Ipad e le avesse detto: “questi qui, sono persone toste !!!”.

Sarebbe bastato che nel mattinale del mattino, insieme alla tradizionle rassegna stampa, qualche anima buona ed intraprendente le avesse messo anche qualche stampa di qualche post, tratto proprio da Tocqueville.it, per vedere la comunicazione del suo governo fare un salto quantico quanto a qualità.

E sarebbe bastato che qualche “notabile” della sua classe digerente, (e non è un refuso o una svista), avesse letto più The Right Nation o Nota Politica e meno Signorini per poter brillare di luce propria in qualunque talk show fosse anche Servizio Pubblico di Santoro.

Purtroppo così non è stato.

Le scrivo queste parole con rabbia. Con quella rabbia che solo gli innamorati traditi possono avere. Con quella passione civile che un italiano, orgoglioso del proprio paese, conserva dentro al cuore. Con quella malinconia, mista a cinsimo, dopo aver visto la sua promessa di rivoluzione liberale naufragata sull’aumento delle accise sulla benzina per finanziare il FUS.

Non è che Beppe Grillo o noi di Tocqueville.it avessimo un ingrediente segreto, come in Kung Fu Panda, oppure possedessimo dei poteri magici come Harry Potter. Abbiamo solo più entusiasmo di tutti quei cascami che lei si porta dietro, come la destronza in tacco 12, o i ducetti in sedicesimi con la camica nera macchiata da Amatriciana o i baciapile cattolic-chic progressisti sempre dalla parte giusta oppure i suoi berlus-cloni.

Non è, infatti, un caso se, in mezzo a tutte le fantomatiche liste nessuno abbia mai proposto una lista fatta da blogger o da persone visibili sulla rete nel campo del centrodestra.

La web revolution del PdL si è fermata a Gogol.

Purtroppo…

Dopo il 12 novembre…

novembre 28th, 2011 § 0 comments § permalink


Ho votato Silvio Berlusconi e l’ho fatto votare, lo abbiamo critica quando pensavamo fosse opportuno e lo abbiamo eleogiato quando ritenevamo giusto farlo. Adesso a 16 giorni dalle sue dimissioni possiamo gettare un primo sguardo al suo abbandono dalla carica di Presidente del Consiglio.
Anzitutto, credo che sia necessario partire dalla pacchiana e cafonesca gazzarra, con annesso lancio di monetine, che si è scatenata sia di fronte a Palazzo Chigi che di fronte al Quirinale.
Ancora una volta gli italiani hanno dimostrato che la voglia di Piazzale Loreto sia sempre presente nel DNA politico tricolore.
Anzitutto bisogna ammettere che le dimissioni del 12 novembre scorso sono frutto di alcune scelte strategico-politiche francamente discutibili che il governo Berlusconi ha e non ha compiuto dalla vittoria elettorale del 2008.
Certamente dare la colpa ad 8 traditori è facile dal punto di vista comunicativo, ma non può essere usata come tesi politica.
Anche perchè il comportamente della Carlucci è stato simmetricamente uguale a quello di Scilipoti. Ecco, a posteriori, sarebbe stato meglio andare alle elezioni anticipate dopo la vittoria parlamentare del 14 dicembre 2010.
Probabilmente il centrodestra non avrebbe perso Milano ed, oltre alle elezioni politiche, avrebbe vinto anche a Napoli.
Ma qui ci stiamo addentrando nella urconia.
Adesso dopo la sbornia degli #aeiuoy, si apre una nuova fase politica, di Berlusconi e del Berlusconismo.
Una nuova fase che ha il nome di Mario Monti ed il suo #Rimontiamo….

Siate giovani, siate pirati…

novembre 1st, 2011 § 1 comment § permalink

(Venerdì 28 ottobre a San Benedetto del Tronto si è svolta la prima assemblea del movimento giovanile del PdL, Giovane Italia. Purtroppo per problemi di lavoro non sono potuto intervenire, ma voglio pubblicare il testo del discorso che avrei pronunciato)

Grazie, grazie davvero.
Anzitutto il mio ringraziamento va agli organizzatori, ed è un ringraziamento non formale ma sentito, poi grazie a voi che siete intervenuti e che partecipate così attenti e numerosi.
In un periodo in cui, come questo attuale, ove chi si impegna in una militanza politica, è visto, se è fortunato come un nullafacente, direi che non è cosa da poco.
Per cui, grazie.
Dopo la notizia della morte prematura di Steve Jobs, sui giornali, sui telegiornali e sulla rete impazzava il video del suo celeberrimo discorso in cui pronunciò la famosissima frase: “Stay hungry, stay foolish.”.
Ce lo hanno rifiliato in tutte le salse ed in tutte le accezioni, io non lo farò.
Piuttosto c’è un’altra frase di Steve Jobs che a me è più cara. Si narra che Jobs, appena insediò il gruppo di lavoro che poi avrebbe portato al McIntosh, scrisse sulla parete della stanza una frase, questa: “We are not the Navy, we are pirates.”.
“Noi non siamo la Marina, siamo pirati.”.
Era la sua lezione, il suo modo di far capire ai suoi collaboratori che dovevano uscire dagli schemi prefissati, dall’abitudine, dalla comodità dei luoghi comuni per avventurarsi alla ricerca della novità, dell’inaspettato, dell’inatteso e dell’innovazione creativa.
Era il suo modo di spronare gli altri a dare il meglio per sé stessi e per il gruppo stesso.
Era la sua maniera per dire che se vogliamo un futuro migliore , dobbiamo cominciare a costruirlo e a viverlo nella nostre vite.
“We are not the the navy, we are pirates.”.
Il mio augurio, ed il mio desiderio, è che la vostra formazione politica possa essere una ciurma di pirati, e non un battaglione irregimentato di Marina.
La mia militanza politica, nell’allora Fronte della Gioventù, inizia a 16 anni quando, studente del V Ginnasio della mia città, per spirito di contraddizione verso i professori che ci riempivano la testa con la critica marxista e verso quell’atteggiamento paternalistico snob di coloro che si definivano di sinistra, dopo aver letto “la Nascita della tragedia” di Nietzsche, decisi che qualcuno doveva pur occupare un posto alla destra di questo che oggi potremmo definire mainstream ideologico.
Non sono pentito di quella scelta.
La mia militanza giovanile mi ha permesso di formarmi una coscienza critica, conoscendo e leggendo autori fuori dai circuiti alla moda, di imparare a mettermi al servizio di altri e di capire come funzionano davvero le cose in una comunità.
Ebbene quella voglia di guardare il dietro delle cose, di capire diversi punti di vista, di essere come un salmone e non seguire la corrente, che ho imparato in quelle riunioni che sapevano di ciclostile, non mi ha mai abbandonato. Anche quando ho deciso di percorrere altre strade politiche.
Oggi sono qui a parlare di fronte a voi come referente provinciale della Free Foundation del ministro Brunetta, ma se fossi un semplice cittadino, credetemi, direi esattamente le stesse cose.
Paradossalmente, nel momento attuale in cui molti sono contro la politica, c’è davvero bisogno, necessario e forte, di Politica.
Si sente la mancanza di galeoni di pirati che solchino i mari procellosi e carichi di avventura della militanza politica, alla ricerca di tesori scomparsi.
Parlo ovviamente per quella che reputo essere la mia parte politica, quindi mi permetterete di essere fazioso, ma oggi il Popolo della Libertà, di cui Giovane Italia è l’espressione giovanile, è la Marina e non più i pirati.
Eppure proprio Silvio Berlusconi è stato l’icona dell’essere pirata sia nel mondo delle telecomunicazioni che, per quel che mi riguarda principalmente, nella politica.
Eppure oggi sia il PdL che Giovane Italia rischia di morire in una accozzaglia indigesta e putrida di accondiscendenza, servilismo, inanità, debolezza e cooptazione.
Non è questo che serve ai pirati.
Merito, libera competizione, apertura mentale, pluralismo e confronto sono, invece, il terreno fertile per piantare i semi di una nuova cultura politica, postmoderna e non posticcia.
Voi, pirati, che siete qui oggi avete un mare enorme da navigare e da scoprire: il mare del futuro.
La vostra America vi aspetta al di là della linea dell’orizzonte.
Non lasciate che le nostre catene intellettuali, forgiate attraverso le abitudini e le vecchie categorie, vi limitino nel vostro agire.
Non ripetete le idee degli altri per convenienza, per quieto vivere, o per accondiscendenza. Studiate quello che vi piace e cominciate a produrre le vostre idee. Internet, con i suoi social network e blog, è una opportunità straordinaria.
Non assimilatevi, ma siate voi stessi.
Rimanete attenti al mondo, ma non lasciate che questo vi tolga la facoltà di sognare.
Siate pirati, per essere marinai avrete tutto il tempo dopo.
Altrimenti un giorno vi girerete indietro e, scoprendo, di aver vissuto la vita degli altri, scoprirete che avrete perso la vostra identità.
Che il vento dei sogni e delle idee possa sempre soffiare a vostro favore, è ora di spiegare le vele.

Grazie.

La violenza e la debolezza

ottobre 16th, 2011 § 0 comments § permalink

I delinquenti che ieri hanno immobilizzato Roma con la loro violenza non erano indignati. Erano dei teppisti e dei criminali che, come tali, devono essere trattati. Mi sta anche bene che la stragrande maggioranza dei contestatori abbia, giustamente, espulso questi facinorosi ed, in alcuni casi, li abbia consegnati alle forze dell’ordine.

E’ giusto anche dire che questi criminali non facevano parte degli indignati, anche se questa affermazionione è simmetricamente opposta a costoro che si arrogano il diritto di parlare a nome del 99% della popolazione mondiale.

Anche questi sono fatti.

Tutto ciò, però, non cancella il fatto che solo in Italia si siano registrati fatti violenti.

Ed allora bisogna che la politica si interroghi sul perchè siano successi tali avvenimenti solo, e ripeto solo, in Italia ?

Tutti d’accordo nel condannare la violenza, e ci mancherebbe altro.

Ma, subito dopo la disanima, ecco che spunta la critica all’avversario politico, visto come il nemico ottuso ed ignorante da eliminare sulla scena.

Purtroppo la violenza è anche questa. Può non piacere quello che un avversario politico dice, ma bisogna che sia garantito il diritto di poterglielo far dire.

Eppure la domanda fondamentale sul perchè sia successo solo a Roma questa violenza rimane. Rimane inalterata ed in tutta la sua attuale ed urgente attualità.

I black block c’erano anche a Genova ai tempi del g8, eppure qualche forza politica non ha esitato a condannare le forze di polizia ed ad intitolare aule del Senato a presunti martiri della democrazia.

Atti di violenza ci sono stati anche a Roma con il corteo studentesco di qualche anno fa, dove, anche in quella occasione, le prefiche del collettivismo “de no artri” non macarono di becerare contro il fascismo delle forze di polizia.

Ma anche in occasione delle proteste No Tav ci sono stati scontri, ed anche li la colpa era della repressione di stato.

Ecco perchè la domanda fondamentale sul perchè sia successo solo a Roma questa violenza rimane. Rimane inalterata ed in tutta la sua attuale ed urgente attualità.

La risposta sta tutta nella debolezza della politica in Italia.

Sta nella debolezza di una maggioranza, oramai al collasso, che si ostina a voler sopravvivere, grazie alla rinnegazione sistematica delle sue radici ideologiche ed alla ipertrofica produzione di viceministri e sottosegretariati. Praticamente un organismo parlamentarmente modificato.

Ma sta soprattutto nella debolezza di una opposizione che, incapace di far esplodere in maniera definitiva la maggioranza, trova sempre il modo giusto per poter ricompattare il fronte governativo. Una opposizione incapace ed inane di produrre una visione alternativa di società, che becera, un giorno si ed un altro pure, di un regime anticostituzionale che conculca i diritti costituzionali, che cerca di mettere insieme, in nome di una, metapolitica, antipatia antiberlusconiana, un ipotetico fronte che va da Casini a Vendola passando per Profumo.

E che proprio questa idiota rincorsa ad un “fronte” siffatto impedisce qualunque tipo di azione politica, che non sia quella della richiesta ossessiva delle dimissioni del governo, poichè la questione della leadership non viene mai affrontata di petto. Ma lasciata sullo sfondo come polvere sotto il tappeto.

Ed è ovvio che questa opposizione finisca per cavalcare, in posizioni di rincalzo e di subalternità, qualunque momento di protesta si alzi dal paese, nella speranza che fare sempre il +1 si riesca ad arrivare alla maggioranza elettorale, senza capire che questa, senza una visione chiara di società nuova, sia la migliore garanzia per il mantenimento dello status quo.

Ieri ho sostenuto che se al governo ci fosse stato Vendola, nelle medesime condizioni macroeconomiche, in Italia non avremmo avuto “gli indignati”, con black block annessi e connessi.

Nessuno è stato capace di smentirmi.

Certamente non mi nascondo una certa dose di cinismo, unita ad una profonda disistima verso il sentimento della indignazione, ma vedere la politica italiana ingessata da un immobilismo debole e costitutivo basata sulla incapacità di una alternativa che segue acriticamente, come i topi, vari e presunti pifferai magici che vuole portarla verso il baratro, non è un bello spettacolo.

La violenza di ieri ci insegna proprio che il baratro, morale, culturale e politico, è molto più vicino e molto più grave di quello finanziario ed economico.

O la politica decide di avere uno scatto di orgoglio e di saper rinnovare sè stessa e di porsi come guida di un grande paese come l’Italia e non più come passeggero sul sedile di dietro, oppure il baratro è già arrivato.

Per fare ciò non servono e non devono servire le scorciatoie di un governo tecnico o di salvezza nazionale. Serve assumersi la responsabilità politica ed elettorale di proporre ricette dolorose ed amare.

E poco importa se ci si considera migliori degli altri, niente ci salverà. Neppure essere indignati con due lauree in cerca di un posto in un ministero qualunque…


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La violenza e la debolezza su Fabrizio Cipollini.