Occupare la prateria – parte 1

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Da tempo sosteniamo che, soprattutto dopo l’ultima sconfitta elettorale amministrativa del centrodestra, si è aperta una prateria politica che, tranne alcuni sparuti gruppi, nessuno sembra voler occupare.

Uno di questi gruppi è il Tea Party Italia che, già dal suo nome, guarda all’esperienza innovatrice e palingenetica nei confronti del campo repubblicano dei Tea Party negli Stati Uniti.

Nonostante un certo ostracismo da parte del mainstream mediatico italiano, sempre affetto di un misto tra provincialismo e presentismo, il Tea Party Italia è uno dei pochi network politici a funzionare ed ad produrre idee sia nella rete che off-line.

Non è un caso, infatti, se alcuni suoi esponenti abbiano rivolto un appello pubblico a Silvio Berlusconi perchè usi il modello Tea Party per rifondare Forza Italia.

Sarebbe troppo comodo e semplicistico, a nostro parere, descriver il Tea Party come la (possibile) risposta a Grillo da parte di un centrodestra.

Il Tea Party italia non nasce per merito del centrodestra, ma nonostante esso.

Esso, infatti, non è frutto di uno studio di marketing e non ha come collante l’avversione verso la politica.

I Tea Partigiani, certamente muovono dalla delusione di una mancata rivoluzione liberale, ma hanno saputo sfruttare questa delusione come carburante per il proprio impegno.

Un impegno culturale e civile, ma non elettorale, visto che, fino ad adesso, non si sono mai presentati a nessuna competizione elettorale.

Certe volte, vista la scarsa qualità di alcuni eletti, viene da chiedersi cosa succederebbe in Parlamento se il governo Letta fosse incalzato da una piccola pattuglia del Tea Party, secondo noi, ne basterebbero almeno cinque.

Lotta al fisco predatorio, meritocrazia, liberalizzazioni e una massiccia cura dimagrante per lo Stato, attraverso una potente azione deburocratizzante, sono e parole d’ordine di questo movimento.

Le stesse parole che sono il vocabolario base dei nativi della prateria.

Il deficit di cultura e di dignità…

dicembre 11th, 2011 § 0 comments § permalink


A leggere certe notizie viene da chiedersi se i “nostri” onorevoli si siano accorti della situazione esplosiva in cui viviamo.
Se all’interno delle loro autoblu blindate il vento della rabbia e della rassegnazione che spira in Italia sia filtrato, anche se come un refolo.
Se tra una tagliatella ed un astrice, rigorosamente a prezzo calmierato, consumati ai ristoranti di Camera o Senato, se tra un taglio di capelli o una rasatura nel barbiere della Camera, costoro abbiano un minimo di consapevolezza di quanto sdegno la Casta, per usare una felice espressione del duo Stella e Rizzo, susciti nella società.
Se lorsignori credono che in Italia a piangere sia solo la ministra Fornero e non anche migliaia di persone che, comunque, con dignità, cercano di mandare avanti una famiglia o anche la loro stessa vita in maniera decente, allora vuol dire che il diaframma tra noi e loro è quasi impermeabile.
La manovra Monti, ampiamente criticata su questo sito e criticabile, ha imposto sacrifici pesanti proprio ai soliti noti. A coloro che Giuseppe Prezzolini non avrebbe definito: fessi.

Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. – questi è un fesso. (Giuseppe Prezzolini).

Eppure ci eravamo illusi che, forse, questa volta i fessi avrebbero avuto un minimo di soddisfazione. Quella di veder, anche se in maniera minima, decurtati gli stipendi degli onorevoli italiani.
Quegli onorevoli italiani che, per viltà, per insipienza, per calcolo o per tatticismo, non si sono voluti prendere la responsabilità di guidare il paese, ma hanno preferito farsi commissariare, ovviamente a stipendio pieno, da un governo tecnocratico di professori-colonnelli.
Quegli stessi onorevoli italiani che, poichè non hanno mai avuto una idea propria, hanno ben pensato di prenderla a prestito da Trichet e Draghi e poi si sono furbescamente defilati in una maggioranza extralarge come le famose vacche nella notte nera.
Quegli stessi onorevoli che, non sapendo cosa voglia dire raccogliere il consenso sul territorio, si sono ritrovati, come in un ex voto, assissi su uno scranno di Palazzo Madama o di Montecitorio.
In una politica ridotta a televoto da grande fratello o riffa da festa de l’Unità, gli alfieri della nuova classe digerente italiota sono divenuti gli Scilipoti, i Razzi, i Grassano, le Carlucci, gli Antonione ed i Versace e tutti gli altri, costituzionalmente legittimi e legittimati, emigranti tra destra e sinistra, passando per il gruppo misto talvolta, del Parlamento italiano.
Sarebbe stata bella una legge Bossi Fini anche per loro.
Quegli stessi onorevoli che invocano la fiducia sul decreto legge Monti, perchè il momento è grave e bisogna fare sacrifici, ma poi alla chetichella presentano un emendamento per salvaguardare i loro emolumenti trincerandosi dietro le competenze e l’autonomia del Parlamento.
Ma qualcuno ha fatto loro sapere che il tasso di fiducia degli Italiani nei confronti dei partiti è attualmente al 14%, il punto più basso mai raggiunto ?
Ma qualcuno ha detto loro: “Carissimi onorevoli, avete rinunciato al vostro ruolo, avete accettato di farvi commissariare, barattando gli ultimi scampoli di questa legislatura per gli ultimi stipendi e per raggiungere il vitalizio, adesso anche voi avete da pagare pegno. Un pegno piccolo piccolo.Dovete adeguarvi a prendere la media degli stipendi europei.”.
Non ci vuole poi molto fare la media degli stipendi europei, basta un laureato in statistica, un foglio excel e dati reperibili da internet.
Ma a ben guardare questo deficit, non è un deficit di denaro o di spread.
E’ un deficit di cultura. E’ un deficit di etica, un deficit di tensione morale.
(Forse) esiste un legame di proporzionalità inversa tra cultura della classe dirigente italiana e debito pubblico.
Intellettuali come Frezzolini, Longanesi, Flaiano o Montanelli sono stati espunti dalla coscenza civile in questo eterno presente italiano senza memoria, senza pensiero critico, senza prospettive e senza dignità.

Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandare via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2) perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono. (Giuseppe Prezzolini)

Amare parole di un tempo amaro che lascia un amaro in bocca…

Sarò ministro…

novembre 15th, 2011 § 0 comments § permalink

E’ (quasi) ufficiale domani mattina alle 11 verrò indicato come ministro per i rapporti con il Parlamento.
E’ una notizia davvero inaspettata che mi riempie di orgoglio e che un po’ spaventa.
E’ sicuramente con una grande voglia di far bene che mi appresto a rivestire questo incarico.
Da sempre considero il Parlamento come la massima istituzione democratica e come il luogo principe della rappresentanza dell’Italia e dei suoi legittimi interessi.
Certamente con molto tremore mi avvio a prendere servizio, avendo, come sempre, la Costituzione della Repubblica Italiana come stella polare della mia etica e condotta politica.
Viva L’Italia, evviva il suo Parlamento

Decidenti, non decadenti

aprile 6th, 2011 § 0 comments § permalink

Nel mio passato universitario c’è un esame che ricordo con una sottile nostalgia: quello di diritto parlamentare. L’ho studiato ascoltando su Radio Radicale, vera e propria palestra di politica, di passione e di vita, le sedute del Parlamento.

Era un momento difficile per il paese, Mani Pulite stava cominciando a montare, e quel Parlamento, passato ingiustamente alla storia come quello degli inquisiti, poteva contare su dei nomi che, bene o male, hanno influenzato la vita e le sorti dell’Italia.

Ebbene quel Parlamento aveva dei leader,non solo nei grandi partiti come la DC o il PDS, ma anche in quei piccoli partiti, come il PLI, il PRI, il PSDI, i Radicali ed anche il MSI, che quando prendevano la parola riuscivano ad ottenere l’attenzione di tutta l’aula.

Ricordo che quando si citavano gli articoli dei regolamenti parlamentari, io sfogliavo avidamente il mio codice costituzionale e cercavo di capire la ratio dell’istituto.

Quel tipo di studio, oltre ad avermi fruttato uno dei pochi 30 della mia carriera accademica, mi ha anche lasciato in eredità una profonda passione ed una discreta conoscenza dei regolamenti parlamentari. E’ stata proprio questa mia conoscenza che mi permise, qualche anno più tardi,  di divenire presidente della Commissione Affari Istituzionali del mio comune, quando fui eletto consigliere comunale.

Ancora oggi non ho abbandonato il vizio di ascoltare Radio Radicale e le sedute parlamentari, ma, sempre più spesso, lo faccio con rimpianto quando mi trovo ad ascoltare sedute che, sempre più spesso, diventano delle arene e dei luoghi per urla beluine ed insulti beceri.

In questo periodo, poi, sull’onda della ennesima indignazione della “Ggente”, l’aula del Parlamento è divenuta il megafono della pancia di alcuni “masaniello” virtuali convinti che il loro ombelico, e quello dei loro fans, sia il centro del mondo. Le Aule del Parlamento diventano così dei meri megafoni degli istinti dello scontro e non il luogo del confronto, incatenate ad un cupo ed immobilizzante presentismo, incapaci di guardare ad un diverso orizzonte temporale che vada oltre il prossimo telegiornale.

E’ di oggi la notizia che le opposizioni abbiano deciso di effettuare un pesante ostruzionismo contro la volontà della maggioranza che sostiene il cd. “processo breve”.

Lungi da me la volontà di contestare la legittimità di questa pratica, unanimemente riconosciuta nelle possibilità della dialettica politica in tutte le democrazie occidentali, quello che mi preme è segnalare la obsolescenza delle regole parlamentari che oggi sono in vigore in Italia.

I regolamenti parlamentari, infatti, non sono delle regole inutili, anzi spesso sono delle vere e proprie costituzioni materiali di un sistema. Ed il fatto che si parli di seconda Repubblica senza che si sia riusciti a cambiare la Costituzione ed i regolamenti della Camera e del Senato è la (sconfortante) fotografia di una classe politica (e dirigente) che è esattamente come il popolo indignato (viola o meno) che staziona fuori dalle Camere.

Non è l’ostruzionismo delle opposizioni lo scandalo della politica, ma queste norme tagliate su un sistema che si è sciolto quasi venti anni fa. Un sistema partitocratico e non rappresentativo, basato sul consociativismo e non sulla competizione, che predilige l’accordo sotto banco e non lo scontro trasparente, (ed al limite duro), tra maggioranza ed opposizione, che non riesce a coniugare, in maniera moderna, il momento della decisione, quello della discussione con la certezza di tempi e di spazi.

Non è un caso che, sulla spinta dei frenetici tempi che viviamo, ci sia stata l’esplosione ed il dilatarsi della decretazione di urgenza e della legislazione delegata.

Sognavamo una democrazia decidente, e stiamo vivendo l’incubo di una democrazia decadente.

Servirebbe un colpo d’ala. Uno di quei colpi di genio di cui l’Italia e gli italiani vanno famosi.

A noi, personalmente, viene in mente una battuta di Guerre Stellari, quando la senatrice Padme commenta la elezione di Palpatine a Cancelliere dell’Impero: “Così muore la democrazia, sotto scrosci di applausi.”.

Da noi, non abbiamo nè Darth Fenner e nemmeno uno Yoda. In compenso, però, le bandiere viola sono ottime come stendardo funebre.


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Decidenti, non decadenti su Fabrizio Cipollini.