Amico mio, fatti i Razzi tuoi

ottobre 15th, 2018 § 0 comments § permalink

antonio razziA chi, oggi si indigna per la prossima venuta di Antonio Razzi ad Ascoli in nome di una presunta, ed auto-assunta, superiorità culturale e morale, vorrei dire di provar loro a non finire le scuole, emigrare in svizzera per cercare lavoro, trovarlo e fare anche una famiglia, poi, in prossimità della pensione, avere i voti per farsi eleggere in Parlamento, disobbedire ad un ordine di partito (che vuole cacciarti), salvare la legislatura, farsi rieleggere come senatore in una lista bloccata, essere trombato nelle liste elettorali, prendere il vitalizio, farselo tagliare e non presentare ricorso e sapersi riciclare come uomo di spettacolo.
Ennio Flaiano, pescarese e grande intellettuale italiano, sosteneva che sulla bandiera italiana venisse scritto: “Tengo Famiglia”.
Antonio Razzi, pescarese, è il paradigma vivente di questa intuizione. Razzi è Razzi, non si nasconde, non si mimetizza, non imita una vita che non conosce.
Razzi non si vanta di frequentare chi conta.
Razzi non si vanta di aver fatto o fare delle buone letture.
Razzi non usa circonlocuzioni o metafore.
Razzi è il padre spirituale di Di Maio, ma senza la prosopopea giovanile e guascona di quest’ultimo.
Razzi è esattamente la caricatura di Crozza, niente di più, niente di meno.
Razzi non è un piatto di ostriche con il caviale e champagne, è una cofana di arrosticini con una Peroni ghiacciata.
Razzi è scarpe grosse e cervello fino, quella finezza che non è acume intellettivo alla Occam, ma fiuto per gli affari e per le occasioni propizie.
Razzi è: “Amico mio, fatti li cazzi tua.”.
Razzi è, semplicemente.
Proprio perché è cosciente di essere sé stesso, Razzi sa ridere di sé e far ridere gli altri delle sue “mancanze” che diventano ricchezze.
Razzi è catartico, perché assume su sé i difetti di tutti e li sublima facendoli divenire arte, come un agnello sacrificale.
Io preferisco Razzi a chi, oggi, si indigna e crede di essere superiore a lui.

E’ proprio l’esistenza di Razzi a permettere a costoro di sentirsi superiori, perché Razzi, volutamente, abita il seminterrato, dove si festeggia ogni sera a rustelle e birra e dove si balla il saltarello.
Ai piani superiori , invece, gli indignati, autoproclamatisi moralmente superiori, mangiano ostriche, importate clandestinamente, da sconosciuti paesi extra ue e champagne cinese, facendosi il fegato amaro alla ricerca di un altra vittima per il loro culturame radical (finto) chic, facendo finta di non sentire le risate grasse per le gare di rutti e curreje che provengono dal seminterrato.

Razzi non è un virus pericoloso, è un italiano che, in un dato momento ha deciso contro il mainstream intellettualoide, allora imperante dell’antiberlusconismo ed ha vinto. E’ come se uno andasse al casinò e vincesse alla roulette puntando sullo zero.
Razzi è il cigno nero della politica italiana, quello di cui nessuno sapeva l’esistenza, ma, comunque, esisteva e di cui nessuno si preoccupava.

Razzi è la variabile impazzita nello schema, e meno male.

Razzi viene ad Ascoli e subito si grida allo scandalo, come se alcuni si sentissero padroni e custodi di una presunta superiorità della razza picena. Ed ecco che subito partono gli appelli al Sindaco Castelli affinché blocchi i ponti di accesso alla città, magari aggiungendo una bella condanna all’esilio al senatore Razzi, all’assessore Dragoni, affinché, magari inginocchiata per tre giorni in piazza del Popolo, faccia abiura di considerare cultura il libro del Senatore Razzi e, da ultimo, m non per ultima, all’onorevole Latini, anche lei colpevole di accodarsi ad omaggiare questo divo del trash come la Zanazara, vero e proprio fenomeno comunicativo degli ultimi 10 anni e trasmissione di una cultura comunicativa impressionante, se solo si sa capirla.

Da ultimo, però, nessuno menziona l’associazione culturale Sinergie Picene che ha invitato Razzi ed a cui andrebbe data una medaglia civile alla difesa della Costituzione, ed in particolare della libertà di espressione, che, con la loro azione, ci ricordano che la Costituzione, fortunatamente, vale per tutti senza bisogno di aver finito gli studi o meno.

Una cosa è sicura, se gli inkazzati ascolani volevano far passare sotto silenzio l’avvento di Razzi ad Ascoli non solo non solo non ci sono riusciti, ma anche lo hanno fatto divenire un evento a cui sarà impossibile mancare. E’ la legge di Wilde: “bene o male, purchè se ne parli”.
Ed adesso che non è più possibile starsene zitti e lasciar passare l’evento sotto silenzio, gli indignados ascolanetti invocano la censura, come ai tempi del MinCulPop.
Flaiano sosteneva, infatti, che esistono due tipi di “fascismi”, quello dei fascisti e quello degli antifascisti.
Quando c’era lui, erano cazzi amari, ma non Razzi amari.

Palme e Paradossi

marzo 28th, 2017 § 0 comments § permalink

tic-tac-toe-1777880__340La Politica è, spesso, il campo dove il paradosso diviene regola e la regola diviene paradosso. Ma anche qui c’è un limite che è meglio non superare. Già i Greci sapevano che il concetto di hubrys, cioè il superamento del limite fissato dagli dei, era il peccato capitale. E la pena per il peccatore er quello di divenire pazzo. Quasi tutta la tragedia greca è basata su questo assunto.  A San Benedetto del Tronto, questo limite si sta pericolosamente avvicinando per la maggioranza. La procedura di “sfiducia” al presidente del Consiglio comunale Gabrielli, da parte di una maggioranza della maggioranza, un paradosso anche questo, è frutto di quella hubrys, tipica da tragedia greca. Peccato che, in questo caso, si rischi la commedia, purtroppo tragica. Ma il risultato rischia di essere lo stesso: l’impazzimento.

La vittoria elettorale del Sindaco Piunti e della maggioranza di centrodestra, se ancora è lecito usare questo termine, è frutto di una serie incredibile di singolarità paradossali: le divisioni interne al Partito Democratico e la non presentazione della lista 5 stelle.  Certamente bisogna aggiungere anche il consenso elettorale, ma questo è stato, soprattutto nel secondo turno, un voto di “pancia”. Non siamo certo noi a dire che i voti di pancia valgano meo di quelli ponderati, per noi ogni voto ha il medesimo valore.

Quello che una maggioranza, guidata da una leadership illuminata, sarebbe dovuta essere quella di trasformare quei voti di pancia in voti convinti, mettendo in campo ogni misura ed ogni azione per realizzare il programma amministrativo.

Ed è qui che diviene centrale il ruolo del Consiglio Comunale.

Una maggioranza illuminata avrebbe dovuto servirsi dell’assemblea elettiva per realizzare, in modo trasparente, democratico, condiviso e aperto, proprio per dare la dimostrazione della propria forza, vincente, convincente ed aggregante. Un Consiglio comunale così interpretato, ed interpretabile, avrebbe avuto bisogno di un presidente capace di saperlo guidare con autorevolezza e senza autorità.

Ed è qui che la maionese impazzisce.

Se, invece, si interpreta, come purtroppo è stata interpretata, la figura del presidente assembleare come moneta di scambio all’interno del processo di spoil system delle posizioni assessorili è chiaro che, chi è chiamato a ricoprire quella posizione di presidente, si senta non un primus inter pares, ma un minus habens rispetto all’abnorme esposizione mediatica di cui il Sindaco e la Giunta godono. In questo corto circuito è chiaro che l’azione politica del presidente assembleare prenda una parabola eccentrica rispetto all’azione amministrativa ortodossa, incarnata dal Sindaco. Ci si deve distinguere dalla maggioranza che ti ha eletto per esistere nella stessa maggioranza, altro paradosso.

In questi casi, però, un sistema funzionante avrebbe un correttivo, o meglio un anticorpo: il partito.

Ed è qui che la maionese va in vacca.

Forza Italia, in provincia di Ascoli Piceno, non è mai stato un partito sia per incapacità dei suoi vertici, sia per calcolo politica della sua “classe” dirigente a livello più alto. L’unità e l’unanimità che ha sempre sbandierato, piuttosto che operare attraverso un confronto salutare tra una maggioranza ed una minoranza interna, ha, di fatto, trasformato tale partito in un comitato elettorale ed ha spostato la dialettica democratica interna negli agguati durante le votazioni siano esse elezioni provinciali o voti consiliari.

Il Comitato elettorale, poi, non riesce a superare tali traumi se non con l’ostracismo e con l’ostracismo e la dannazione dei “traditori” e dei “nemici” che, spesso, sono coloro che più potrebbero aiutare a costruire una coscienza politica ed intellettuale funzionale e necessaria alla evoluzione del Comitato in partito.

Nella logica del “nemico”, il Comitato elettorale, finiti i tradirori interni, li ricerca nei partiti e nelle liste alleate.

Ed il paradosso, sotto le palme, è completo.

Cosa accadrà ?

Non è nostro compito dare soluzioni, ma cercare di spiegare le cause e renderle note. Neanche siamo degli indovini per sapere cosa accadrà, cerchiamo di capire da dove si arriva.

 

Dopo quasi 4 anni, torno a scrivere qui sul mio sito. Purtroppo non ho scusanti per una tale assenza, se non la pigrizia.  Mi impegno a scrivere con un po’ più di periodicità. Almeno lo spero.

 

Non è da tutti votare per la propria mamma

maggio 24th, 2014 § 0 comments § permalink

Sono davvero pochi i figli che possono avere l’onore di votare per la propria mamma.

A me capiterà domani ed ammetto che sarà una emozione davvero nuova e forte.

Angela Rosa, detta Rosella, Ciriaci è il nome della mia super mamma “elettorale”.

Non vi starò, certamente, a raccontare la sua storia o a magnificare le sue credenze o i suoi valori.

Se vi piace leggere quello che scrivo, sappiate che è stato grazie alla sua educazione ed al suo esempio che sono divenuto quello che sono e quindi quello che scrivo.

Educazione ed esempio.

Un binomio che, in questa fase politica viene dimenticato ed oscurato da un altro binomio: apparenza e astrattismo.

Non è da tutti votare per qualcosa di concreto, non è da tutti votare per la propria mamma, domani il mio voto sarà per l’educazione e l’esempio.

…ma anche per ribadire a mia mamma che  le voglio bene.

p.s.: la Lista dove si candida mia madre è la lista civica “Pensiero Popolare Piceno” a supporto di Guido Castelli sindaco

l’importanza di esserci, anche solo per interesse

dicembre 12th, 2013 § 0 comments § permalink

Qualche giorno fa il premier Enrico Letta ha paventato il pericolo che, alle prossime elezioni europee di maggio 2014, i movimenti ed i partiti antieuropeisti possano occupare almeno 100 seggi.

Personalmente non sono preoccupato di questo.

Ritengo fisiologico che una democrazia possa dare rappresentanza anche a chi non è d’accordo con le “regole del gioco” e. giocando secondo quelle stesse regole, cerchi di cambiarle.

L’Europa, ma sarebbe meglio dire la Commissione Europea, i governi e la BCE, in questo periodo di profonda crisi economica, ce l’ha messa tutta per rendersi antipatica ed ostile ai propri cittadini, apparendo come quella che è debole con i forti, e forte con i deboli.

Eppure nonostante tutto, per esempio a Kiev, c’è ancora un popolo che sogna di entrare nell’Europa, come una terra di libertà e di opportunità per tutti.

Sarebbe facile, ed anche semplicistico, fare il parallelo con la situazione in Italia, ove i “forconi”, invece, si scagliano rabbiosamente contro l’euro e l’Europa.

Emotivamente non si può non simpatizzare con questo movimento.

Lo ripetiamo, il grande sogno dell’Europa, grazie a questi politici europeisti, servi della burocrazia tecnocratica e piegati all’interesse particolare delle proprie nazioni, è divenuto l’incubo europeista.

Anche le parole sottolineano questo passaggio. Oggi pochi si professano europei, moltissimi, invece, sono gli europeisti.

Europa, europeism, EUrpes….

La mia paura più grande, per le prossime elezioni europee, è che, ancora una volta, l’Italia non esprima una adeguata rappresentanza europea in seno all’ALDE, l’allenza liberale e democratica europea.

Mi piange il cuore, infatti, a vedere che nell’ALDE siamo rappresentati da personaggi come Vattimo e da partiti come l’Italia dei Valori, che alle ultime elezioni politiche decise di confluire con Ingroia e la sua (fortunatamente incompiuta) rivoluzione civile.

Eppure ci sono, soprattutto, negli ultimi tempi moltissimi sommovimenti in quell’area laica e liberale che sembra uscire da un letargo quasi ventennale, anche grazie al terremoto della decadenza di Berlusconi, ed allo Tsunami politico di Renzi.

Non siamo qui a formulare il solito augurio del “volemose bene” e della unità delle sigle liberali italiane.

Sappiamo bene, per averla sperimentata, sulla nostra pelle che è impossibile.

Siamo qui ad auspicare il solo metodo che potrebbe funzionare: un “matrimonio” di interesse.

Queste sigle hanno tutto l’interesse a presentarsi sotto lo stesso emblema, non in nome di ideali o di valori comuni, ma in nome del superamento della soglia di sbarramento, prevista dalla legge elettorale italiana.

L’interesse non sarebbe solo elettorale per le sigle liberali, ma di riflesso sarebbe un vantaggio per gli elettori e per l’Italia.

Ci sarebbe finalmente una voce europea libera ed autorevolmente italiana in grado di parlare e di fare l’Europa e non gli europe(i)sti.

Sarebbe un sogno, per me, vedere sotto le insegne dell’ALDE persone come Ichino e Zanetti di Scelta Civica, De Nicola e Falasca (ALI), Boldrin (Fare), Giacomo Zucco (Tea Party Italia) ed anche uno come Maurizio Turco dei Radicali seduti nell’emiciclo di Bruxelles o di Strasburgo sotto le insegne dell’ALDE.

L’importante sarà esserci, anche solo per interesse….

Occupare la prateria – parte 2

settembre 16th, 2013 § 0 comments § permalink

Per occupare la prateria non serve solo una organizzazione, in senso lato,ma anche un nuovo linguaggio.

Non questa neo-lingua, di stampo orwelliano, che viene usata dai nostri politicanti, ma un nuovo vocabolario che restituisca, in maniera coerente e congruente, la realtà che ci circonda e viviamo.

Non è un caso se anche Beppe Grillo, ultimamente, si sia lamentato della opprimente dittatura lessicale del politically correct.

Il politicamente corretto è, oramai, divenuto la lingua ufficiale del relativismo e dell’indifferentismo etico e valoriale. la sua vischiosità mostra, sempre di più, i limiti e l’inadeguatezza dei suo schemi. Esso alimenta, paradossalmente, l’incomunicabilità tra persone, classi o generi piuttosto che facilitare il dialogo.

Certamente una risposta può essere la provocazione di un Vaffa Day, ma è ndubbio che la sua ripetizione diventerebbe una mera propaggine della dittatura del polically correct.

Non servono flash mob lessicali per sconfiggerlo, serve piuttosto una rivoluzione, una cesura, un salto quantico grammaticale.

Oggi una nova lingua esiste, anche se non ha regole e strutture grammaticali.

È la lingua che si parla sulla rete, gli idomi che rimabalzano sui blog, che sono condivisi su Facbook o che vengono scritti su twitter.

È un linguaggio diverso, meno mellifluo ed opaco della neolingua politicamente corretta.

Una lingua viva e pulsante, carica di emozioni e di militanza, di intelligenza ed anche di ideologie, che, in quantità omeopatiche, non basta mai.

E’ ovvio che il vecchio mondo faccia delle resistenze di fronte a questa novità, ma proprio per questo è necessario continuare a parlare questa nuova lingua globale, ma non omologate ed omologante.

Bisogna che si arrivi al punto di rottura, perchè la rottura della cappa della neolingua significherà la rottura di questo sistema immobile.

Occupare la prateria – parte 1

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Da tempo sosteniamo che, soprattutto dopo l’ultima sconfitta elettorale amministrativa del centrodestra, si è aperta una prateria politica che, tranne alcuni sparuti gruppi, nessuno sembra voler occupare.

Uno di questi gruppi è il Tea Party Italia che, già dal suo nome, guarda all’esperienza innovatrice e palingenetica nei confronti del campo repubblicano dei Tea Party negli Stati Uniti.

Nonostante un certo ostracismo da parte del mainstream mediatico italiano, sempre affetto di un misto tra provincialismo e presentismo, il Tea Party Italia è uno dei pochi network politici a funzionare ed ad produrre idee sia nella rete che off-line.

Non è un caso, infatti, se alcuni suoi esponenti abbiano rivolto un appello pubblico a Silvio Berlusconi perchè usi il modello Tea Party per rifondare Forza Italia.

Sarebbe troppo comodo e semplicistico, a nostro parere, descriver il Tea Party come la (possibile) risposta a Grillo da parte di un centrodestra.

Il Tea Party italia non nasce per merito del centrodestra, ma nonostante esso.

Esso, infatti, non è frutto di uno studio di marketing e non ha come collante l’avversione verso la politica.

I Tea Partigiani, certamente muovono dalla delusione di una mancata rivoluzione liberale, ma hanno saputo sfruttare questa delusione come carburante per il proprio impegno.

Un impegno culturale e civile, ma non elettorale, visto che, fino ad adesso, non si sono mai presentati a nessuna competizione elettorale.

Certe volte, vista la scarsa qualità di alcuni eletti, viene da chiedersi cosa succederebbe in Parlamento se il governo Letta fosse incalzato da una piccola pattuglia del Tea Party, secondo noi, ne basterebbero almeno cinque.

Lotta al fisco predatorio, meritocrazia, liberalizzazioni e una massiccia cura dimagrante per lo Stato, attraverso una potente azione deburocratizzante, sono e parole d’ordine di questo movimento.

Le stesse parole che sono il vocabolario base dei nativi della prateria.

Rifondare AN ? No, grazie. Costruire un partito repubblicano-conservatore all’anglosassone ? Con molto piacere

giugno 15th, 2013 § 0 comments § permalink

La batosta di Alemmanno, ad opera di Ignazio Marino, alle ultime elezioni amministrative ha imposto, all’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, la situazione comatosa, quasi irreversibile, in cui si dibatte la destra politica italiana.

Una destra che, dopo l’esperienza di Alleanza Nazionale, si è frammentata in una serie di rivoli asfittici e stagnetti maleodoranti al punto da rendere, quasi, insignificante la presenza politica di esponenti della destra.

Le varie fratture, avute, a destra si sono registrate o in nome di un anacronistico ritorno al passato, o in nome di un’asfittica fedeltà alla tradizione, o in nome di un facile entusiasmo verso una melassa progressista oppure in nome di una accettazione del più becero e sterile politicamente corretto.

La destra italiana si è rotta, infatti, o perchè ha voluto ritornare troppo indietro oppure perchè ha voluto correre troppo in avanti.

O si è voluta fermare, o ha voluto andare troppo veloce.

Mai che abbia deciso di andare al passo con i tempi e con le realtà culturali che stavano modellando il mondo, cercando una propria via ed un proprio modo di vivere e leggere il tempo che stava vivendo.

Questi continui strappi, non hanno fatto altro che logorare il tessuto di una comunità capace, oltre che di un pensiero autonomo, di saper imporre la propria agenda all’attenzione della pubblica opinione.

Una comunità che, per la maggior parte, non ha potuto che rifugiarsi sotto gli ampi e comodi mantelli del berlusconismo, pur sapendo ed avvertendo che il berlusconismo non era assimilabile ed omogeneo a quel pensiero sotterraneo e “clandestino” che la destra italiana aveva elaborato. Una comunità che, pian piano, ma inesorabilmente, ha lasciato cadere i propri ideali ed i propri punti di riferimento per “conformarsi” all’ideologia pret a porter del padrone della coalizione e, soprattutto, della sua cricca barocca e decadente. Una comunità che, ad opera dei cd. colonnelli, ha barattato le poltrone di governo con il mutismo e con la rassegnazione.

Anche chi ha pensato di poter avere una vita autonoma, e magari, per una stagione elettorale, ha strepitato contro Berlusconi, ha saputo cogliere al volo l’occasione di posarsi su una poltrona di governo e divenire colonnello dei pretoriani.

Gli altri, confusi ed infelici, hanno scelto, consapevolmente, la via elitaria e/o quella della marginalizzazione. In questo solitario solipsista un grande aiuto intellettuale è stato dato da Internet e soprattutto dai social network.

Se, infatti, oggi si può tornare a parlar di una destra (ri)unita, è forse merito di tutte quelle persone che, grazie ai social media, sono rimaste in contatto ed hanno avuto il coraggio intellettuale di continuare a parlarsi.

Oggi, però, non è possibile, a mio parere, rifondare Alleanza Nazionale.Certo la sua lezione non va certo dimenticata, ma nemmeno può essere presa a modello.

Meno che mai può essere preso a modello il PdL, ove il modello della integrazione è data dal matematico 2/3 Forza Italia, 1/3 AN.

Quello che, a mio modesto parere, la destra (che vuole riunirsi) dovrebbe fare è costruire un partito conservatore prendendo a modello l’omonimo partito inglese ed il partito repubblicano americano, ibridato dai Tea Parties.

Un partito che decida di occupare la destra di Berlusconi in nome di alcune figure come Margareth Tatcher, Paolo Borsellino e Steve Jobs. Un partito che non guardi alla tradizione come un dogma incrollabile ed al futuro con ingenuo ottimismo, un partito che decida di parlare la lingua dello spirito dei tempi, che si occupi di start up e non solo di dipendenti pubblici, che riesca a coniugare meritocrazia e solidarietà senza rimpiangere welfare universalistici con contributi a pioggia, finanziato da troppe tasse, raccolte da un fisco pervasivo e stritolatore, che sappia unire fecondamente merito, legalità ed impresa, solo per fare qualche esempio.

Un “partito” liquido, connesso e pensante, e non pesante, che difenda i diritti civili e che voglia conquistarne di nuovi, garantendo al contempo l’ottemperare ai doveri civili.

Un tale partito è,secondo me, possibile. Ma non possono farlo i colonnelli di adesso e di un tempo che fu. E’ stata la loro mentalità a produrre gli strappi nel tessuto della destra italiana ed è per questo che non riusciranno mai a ritesserla, o al limite ripararla.

Questo compito spetta ad altri.

A dei sognatori, a dei visionari, a dei coraggiosi che decidano di saltare sui propri carri per conquistare quella prateria politica che nessuno sembra voler colonizzare.

Non è un caso se la parabola della Destra italiana vincente ed al governo era iniziata nel 1993 con la candidatura a Sindaco di Roma di Gianfranco Fini ed è finita con la sconfitta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel 2013.

Un altro ventennio, se mi passate la battuta !!!

 

Voterò comunque per Fermare il declino

febbraio 20th, 2013 § 1 comment § permalink

Mentre scrivo queste poche parole, Oscar Giannino si è dimesso dalla carica di presidente di Fare per fermare il declino e dalla Bignardi sta giustamente, e un po’ amaramente, confessando il suo peccato di vanità.  Dimettersi per “colpa” di un finto master a meno di 4 giorni dalle elezioni è un fatto davvero nuovo nel panorama politico italiano. Se poi vieni abbattuto dal fuoco amico di uno che ha fondato un partito insieme a te, come Zingales, la novità diventa eccezionalità. E, in questa italietta, dove chi governa le “città-banche” dice di non aver niente a che fare quandio queste ultime compiono le peggiori nefandezze, dove è possibile comprare una casa senza sapere chi la paga, dove si salva dall’arresto un proprio sodale e poi lo sacrifica in nome dei sondaggi, dove si candidano i figli con lauree false e infermierine in pizzi e burlesque con lauree vere, dove si porta al governo la destronza in tacco 12 che si era candidata contro di te, vantandosi di non avertela data, dove un giornalista va in galera per le cazzate che scrive e poi viene graziato perchè, nonostante un partito amico, non si riesce a varare una legge sulla stampa seria e civile, dove un partito della coalizione fa cadere una giunta regionale e ci si candida in coalizione con questo stesso partito per un nuovo mandato, dove, nonostante tu abbia un ex sindaco universalmente riconosciuto come ottimo amministratore, lo regali ad un’altra coalizione e poi ti incazzi perchè ti porta via i voti, dove, nonostante maggioranze parlamentari mostruose, non si tagliano le tasse, non si semplifica, non si fa crescere l’economia ma in compenso si crea il leviatano Equitalia, dove devi mendicare il voto di due peones per tenere in piedi il tuo governo, dopoche hai cacciato chi si è candidato con te, dove, sostieni per un anno un governo tecnico insieme ai tuoi opopositori e approvi l’istituzione dell’IMU, il fiscal compact ed il redditometro, dove nomini un professore della Bocconi come commissario europeo per ben due mandati, facendo fuori Emma Bonino per nominare Napolitano, dove questo ex commissario europeo divien presidente del consiglio tecnico e, dopoche gli hai offerto anche il tuo partito, si candida contro di te  e diventa il nemico pubblico numero uno, questa è l’italietta dove l’eccezionalità fa paura.

Ebbene Oscar Giannino non ha mai conseguito un master a Chicago e si è dimesso per questa sua colpa. E proprio queste dimissioni rappresentano una sostanziale novità etica e morale nella politica italiana.

Certo potremmo dire che la Santanchè in situazione analoga non lo ha fatto, ma scenderemmo al livello del direttore de il Giornale e , francamente, per il rispetto che porto al suo fondatore, Indro Montanelli, non lo faccio.

Certamente sono un liberale, uno di quei liberali che, dal 1994, ha sempre votato Berlusconi orgogliosamente fino al 2006. Quest’anno vengo additato come liberale purista, praticamente uno che si fa le pippe mentali perchè ho deciso di aderire a Fare per fermare il declino.

Ebbene si, sono un liberale purista ed onanista.

Sogno un rivoluzione liberale dove ci sia meno stato, meno tasse, meno burocrazia, meno privilegi, più scelta, più liberta, più regole e più mercato.

Sono un onanista liberale, impunito, che preferisce vivere delle fantasie di un Oscar Giannino senza master piuttosto che degli incubi socialisticheggianti e colbertistiche di un Tremonti.

Voterò comunque Fermare il declino, perchè questo non è solo economico, è soprattutto culturale.

Voterò comunque Fermare il declino perchè quando purgheranno Sallusti, perchè alla fine toccherà anche a lui, voglio esserci per poter dire: “Benvenuto, amico onanista. Pardon, purista”….

L’odore dei soldi…

gennaio 10th, 2013 § 0 comments § permalink

E finalmente ci siamo arrivati.

In realtà è un po’ tardi, visto che le elezioni si terranno tra poco più di un mese, ma meglio tardi che mai.

Di cosa stiamo parlando ? Di quell’atteggiamento di un diffuso sentimento di ostilità verso la ricchezza e chi la detiene.

In questa italietta ipocritamente cattolica, malignamente benpensante, falsamente moralistica e disastrosamente etica fa chic assumere una posizione a favore del pauperismo, decadente aspetto di un radicalismo chic, con la puzza sotto il naso, ma non nel portafogli, che guarda con sufficente sdegno color che sono ricchi.

Essere ricchi in questa italia. minore, minorata e minoritaria, è un peccato, quindi un reato contro il buon gusto, ed i custodi della rivoluzione dello stato paternalistico ed etico con i loro tribunali popolari del pettegolezzo pubblico e della gogna della calunnia sono sempre all’attivo.

Il ricco deve finire all’inferno, magari prima deve essere spremuto da un fisco oppressivo, crimonogeno e depressivo.

L’esproprio coatto e forzoso è il solo mezzo per espiare questo peccato, magari con la scusa della redistribuzione.

Ebbene, cari miei pauperisti del cazzo, vi comunico una verità: solo la povertà si può redistribuire, la ricchezza si può solo produrre.

Essere ricchi in questa italietta che vorrebbe vivere tre metri sopra il cielo, mentre invece è già due metri sottoterra, è una colpa.

Una colpa ancestrale, atavica e perpetua. Una macchia perpetua, senza possibilità di redimersi.

Quello che spaventa è che anche i ricchi, spesso, si conformano a questo modo di fare. Nessuno che abbia il coraggio di sfidare questa melassa ipocrita e benpensante dicendo: “se i ricchi devono andare all’inferno, che almeno gli stronzi vadano a fanculo.”.

Che bello sarebbe !

Sarebbe l’inizio della rivoluzione liberale di questo paese ed il crollo di una italietta che odia il colore dei soldi, ma non il suo odore.

 

Ricostruire i legami…

dicembre 30th, 2012 § 0 comments § permalink

Quale dovrebbe essere l’obiettivo primario della prossima legislatura ?

Secondo me la ricostruzione di quei (micro)legami che tengono, (ancora per poco), insieme la società italiana.

Quei legami fatti di una solidarietà non pelosa e non pietosa tra vicini di casa e di condominio. Quei legami di fiducia non pallida e non finta tra amici. Quei legami di affetto e di attenzione reciproca che, causa il restringimento del tempo libero, sono sempre più labili ed impalpabili.

Non sto facendo un elogio acritico dei “bei tempi andati”, ma, nell’età della condivisione, è inutile, secondo me, sapere cosa fa una persona dall’altra parte del mondo se non ci prendiamo cura di quelli più prossimi a noi.

A volte basta un sorriso, un saluto inaspettato o una parola al momento giusto.

Piccoli gesti che fanno delle grandi differenze nella vita di ognuno.

Recuperare il lato umano e ricostruire i legami.

Questo, secondo me, è il compito primario che la Politica dovrebbe darsi nella prossima legislatura.

Ed è proprio questo quello che, fino ad ora, manca soprattutto nelle coalizioni o nei partiti “maggiori”.

Tra l’idea di una solidarietà che troppo spesso sfocia in un assistenzialismo incapace di valorizzare le persone ed i talenti per rimetterli in circolo di una sinistra e l’idea di una finta rivoluzione liberale e meritocratica, schiavizzata dagli ordini e dagli albi di qualunque genere, inane e spaurita di fronte all’adozione delle più elementari azioni di semplificazione e liberalizzazione, oggi si è unita l’ideologia di una tecnocrazia, elitaria senza consenso popolare, dal sorriso buono e la voce paternalistica che cerca nuove alleanze tra burocrazie europee e porporati oltretevere.

Questa è ,a mio avviso, l’offerta politica italiana.

Mancherebbe il fenomeno del grillismo, ma questo è facilmente ascrivibile e circoscrivibile entro i confini della disaffezione e dello scoramento che questo ircocervo politico genera a tutti i livelli.

Ovviamente non so (e non voglio) dare una risposta alla fatidica domanda: “che fare, allora ?”.

Personalmente andrò alla ricerca di quelle forze politiche, sia nuove che “piccole”, offrono la possibilità di costruire una comunità. Quelle che sorridono e pensano. Quelle che, magari anche inconsapevolmente, cercano di ricostruire i legami. Quelle che, a volte senza esserne coscenti, forniscono gli esempi e la forza per continuare a vivere e lottare.


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