Occupare la prateria – parte 2

settembre 16th, 2013 § 0 comments § permalink

Per occupare la prateria non serve solo una organizzazione, in senso lato,ma anche un nuovo linguaggio.

Non questa neo-lingua, di stampo orwelliano, che viene usata dai nostri politicanti, ma un nuovo vocabolario che restituisca, in maniera coerente e congruente, la realtà che ci circonda e viviamo.

Non è un caso se anche Beppe Grillo, ultimamente, si sia lamentato della opprimente dittatura lessicale del politically correct.

Il politicamente corretto è, oramai, divenuto la lingua ufficiale del relativismo e dell’indifferentismo etico e valoriale. la sua vischiosità mostra, sempre di più, i limiti e l’inadeguatezza dei suo schemi. Esso alimenta, paradossalmente, l’incomunicabilità tra persone, classi o generi piuttosto che facilitare il dialogo.

Certamente una risposta può essere la provocazione di un Vaffa Day, ma è ndubbio che la sua ripetizione diventerebbe una mera propaggine della dittatura del polically correct.

Non servono flash mob lessicali per sconfiggerlo, serve piuttosto una rivoluzione, una cesura, un salto quantico grammaticale.

Oggi una nova lingua esiste, anche se non ha regole e strutture grammaticali.

È la lingua che si parla sulla rete, gli idomi che rimabalzano sui blog, che sono condivisi su Facbook o che vengono scritti su twitter.

È un linguaggio diverso, meno mellifluo ed opaco della neolingua politicamente corretta.

Una lingua viva e pulsante, carica di emozioni e di militanza, di intelligenza ed anche di ideologie, che, in quantità omeopatiche, non basta mai.

E’ ovvio che il vecchio mondo faccia delle resistenze di fronte a questa novità, ma proprio per questo è necessario continuare a parlare questa nuova lingua globale, ma non omologate ed omologante.

Bisogna che si arrivi al punto di rottura, perchè la rottura della cappa della neolingua significherà la rottura di questo sistema immobile.

Farewell, Steve

ottobre 6th, 2011 § 0 comments § permalink

La sveglia del mio Iphone, stamattina, suona impetuosa, come sempre, alle 6 e 15. Lottando contro la mia proverbiale pigrizia, la spengo, ed accendo la luce della lampada del comodino. La voglia di rimanere, ancora un po’, tra le lenzuola è una tentazione troppo forte per poter resistere. Pigramente allungo la mano sullo stereo ed accendo la radio. Le frequenze sono quelle di Radio 24 che inizia a trasmettere il notiziario mattutino.
La prima notizia è sconvolgente.
Steve Jobs è morto.
La stanchezza e la pigrizia svaniscono in un lampo. Non posso davvero crederci. Steve Jobs, l’uomo che ha rivoluzionato il mondo con le sue intuizioni, ci ha lasciato.
D’istinto prendo il mio Ipad e posto un commento di commiato per lui su Facebook.
Un abitante del futuro, questo era, per me, Steve Jobs. E proprio per questo mi rimane difficile, ancora adesso, credere che non ci sia più.
Era lui, la sua storia ed alcuni spezzoni del suo mitico discorso ai neo laureati di Stanford, i pezzi forti della introduzione dei miei corsi di creatività.
Un guru, un visionario, un rivoluzionario, un imprenditore di successo, un innovatore. Steve Jobs era tutte queste cose e molto di più. Era la moderna incarnazione di chi ha saputo inseguire, e raggiungere, i suoi sogni. I sui sogni sul futuro che sono diventati il nostro presente.
“We are not the navy, we are pirates !”.
“Non siamo la marina, siamo pirati.” Fu questa la frase che Steve Jobs scrisse sulla parete della sede del team che sviluppo’ il McIntosh.
Steve Jobs era un pirata. Un pirata che ha saputo navigare oltre le colonne d’Ercole delle convenzioni e del suo tempo. Un pirata che, ieri sera, è salpato per il suo ultimo viaggio.
Farewell, Steve….


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