la sovranità del campo (e non delle carte bollate)…

luglio 12th, 2011 § 0 comments § permalink

il presente post è scritto sotto la spinta del tifo per il sestiere di Porta Solestà, cui il titolare di uesto sito appartiene orgogliosamente. I commenti sono graditi, quello che non piace, e non verrà assolutamente tollerata, è la maleducazione e la volgarità.

Luca Innocenzi, in groppa a Dorillas, ha vinto con pieno merito l’edizione di Luglio 2011 della Quintana di Ascoli Piceno, stabilendo il nuovo record di punteggio ed il giro più veloce. Bissando il palio vinto, per i colori gialloblu di Porta Solestà. di Agosto 2010.

E’ stata una gara emozionante, combattuta in uno spasmodico botta e risposta con Gubbini, il cavaliere giostrante di Porta Tufilla. Una gara condotta a suon di centri e sul filo dei secondi. Ma il campo ha decretato il suo verdetto, e la voce sul campo, volenti o nolenti, deve essere rispettata.
Questo è il mio pensiero.
Certo qualcuno potrà dire che affermo queste cose perchè ho vinto ed è più facile, da vincitore, assumere un attagiamento sportivo. Altri potranno sostenere, invece, che, se fossi stato al posto dei vertici del sestiere rossonero, avrei fatto esattamente la stessa cosa, proponendo il ricorso per far annullare la vittoria di Innocenzi.
La mia risposta è no. Se fosse capitato a me, non avrei sostenuto un ricorso del genere.

Nelle competizioni sportive non ci deve essere l’appigliarsi, postumo, ai cavilli ed ai codicilli per sovvertire una verdetto univoco che viene dall’atto sportivo.
E la competizione ha detto chiaro e tondo che, a luglio, il migliore è stata l’accoppiata Innocenzi – Dorillas.
Se contestazioni devono esserci devono essere fatte prima e non dopo. I ricorsi fatti dopo, soprattutto da chi ha mancato di poco la vittoria, hanno un retrogusto amaro. Sembrano espressione della sindrome del “..e nun ce vonno sta’…”. Alienano la simpatia e sminuiscono la portata della propria prestazione.

In più la Quintana, nelle ultime edizioni, sembra più essere il campo di azzeccagarbugli e di legulei che di cavalieri e di sportivi. Nella Quintana si combatte, lanciando il proprio cavallo al galoppo ed assaltando il moro con l’intento di fare centro. La Quintana non si giostra, con le carte bollate e con i ricorsi.

Certamente non deve essere tutto rose e fiori ed una melassa indigesta di “volemose bene”, ma lo sfottò, anche pesante, la ripicca, l’insulto ed il tifo sfrenato non devono far posto all’odio, al furore cieco ed al giacobinismo oltranzista.

Chi vince non è mai simpatico, questo sono il primo a dirlo. Magari Luca Innocenzi non ha sempre tenuto un comportamento da abile imbonitore. Ma nessuno può arrivare a sostenere, in perfetta buon fede, che, nel realizzare una impresa storica, non sia permesso esultare nel modo che uno si sente.
Esultare per una vittoria non è un fatto razionale, è pura emozione, puro istinto. E’ la parte “animale” che prende il sopravvento su quella razionale. Ma proprio nelle emozioni, che solo il campo sa dare e regale, risiede il bello di un torneo come la Quintana.
Emozioni uniche che vittorie ottenute con la carta non sanno e non possono fare.

Sabato sera il campo ha fatto sentire la propria voce ed ha emesso il proprio verdetto. Un verdetto che, come al solito, a qualcuno piace ed ad altri meno.
Ma un altro aspetto bello della Quintana e dello sport è che presenta sempre la possibilità di riscatto. Un riscatto che vale molto più delle carte bollate e che è deciso dai giudici più imparziali di questo mondo: il merito e la fortuna.


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