Farewell, Steve

ottobre 6th, 2011 § 0 comments § permalink

La sveglia del mio Iphone, stamattina, suona impetuosa, come sempre, alle 6 e 15. Lottando contro la mia proverbiale pigrizia, la spengo, ed accendo la luce della lampada del comodino. La voglia di rimanere, ancora un po’, tra le lenzuola è una tentazione troppo forte per poter resistere. Pigramente allungo la mano sullo stereo ed accendo la radio. Le frequenze sono quelle di Radio 24 che inizia a trasmettere il notiziario mattutino.
La prima notizia è sconvolgente.
Steve Jobs è morto.
La stanchezza e la pigrizia svaniscono in un lampo. Non posso davvero crederci. Steve Jobs, l’uomo che ha rivoluzionato il mondo con le sue intuizioni, ci ha lasciato.
D’istinto prendo il mio Ipad e posto un commento di commiato per lui su Facebook.
Un abitante del futuro, questo era, per me, Steve Jobs. E proprio per questo mi rimane difficile, ancora adesso, credere che non ci sia più.
Era lui, la sua storia ed alcuni spezzoni del suo mitico discorso ai neo laureati di Stanford, i pezzi forti della introduzione dei miei corsi di creatività.
Un guru, un visionario, un rivoluzionario, un imprenditore di successo, un innovatore. Steve Jobs era tutte queste cose e molto di più. Era la moderna incarnazione di chi ha saputo inseguire, e raggiungere, i suoi sogni. I sui sogni sul futuro che sono diventati il nostro presente.
“We are not the navy, we are pirates !”.
“Non siamo la marina, siamo pirati.” Fu questa la frase che Steve Jobs scrisse sulla parete della sede del team che sviluppo’ il McIntosh.
Steve Jobs era un pirata. Un pirata che ha saputo navigare oltre le colonne d’Ercole delle convenzioni e del suo tempo. Un pirata che, ieri sera, è salpato per il suo ultimo viaggio.
Farewell, Steve….

L’Orda barbara dei perbenisti

ottobre 4th, 2011 § 0 comments § permalink

Il fatto che Raffaele Sollecito ed Amanda Knox siano stati assolti, ieri sera, dalla Corte di Appello di Perugia era uno sbocco molto probabile della vicenda processuale, dopo che erano venuti a galla qualche errore degli investigatori sia nella raccolta delle prove, che nella valutazione delle stesse.
Quello che è inaccettabile in un paese democratico, ove vige lo stato di diritto, come si ritiene essere l’Italia, sono le grida beluine ed ignobili di coloro che si sono scagliati contro gli avvocati difensori dei due ragazzi.
Secondo la nostra Costituzione, infatti, vige la presunzione di innocenza, per cui è compito dello Stato, rappresentato dai pubblici ministeri, dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza di un imputato, mentre il compito della difesa è quello di confutare la tesi dell’accusa.
In poche parole, una volta accusato è lo Stato che deve dimostrare la mia colpevolezza, non sono io quello obbligato a dimostrare la mia innocenza.
Quegli atteggiamenti intimidatori ed offensivi, però, oltre a far rigirare un grande pensatore come Cesare Beccaria nella tomba, sono il segno più evidente di una involuzione antropologica che sta vivendo la nostra società.
Una società ipertroficamente e bulimicamente nutrita, dai mezzi di informazione, a suon di titoloni sui giornali, di servizi speciali, di serate straordinarie, di intercettazioni e di teoremi giudiziari, il più delle volte supine e prone a quello che sostiene il pubblico ministero di turno.
Oramai basta essere indagato per essere colpevole e, quindi, dato in pasto alla pubblica opinione che, come le donnine di Parigi, durante la rivoluzione, fa la maglia ai piedi della ghigliottina mediatica.
Bastava, ieri sera, leggere il flusso dei commenti che fluivano dai vari social network per capire quali profonde radici sociologiche avessero quelle grida infami a Perugia.
Ma quello che davvero faceva ridere era che, coloro che si scagliavano contro la sentenza di assoluzione di Amanda e Raffaele, erano gli stessi che, in altri tempi ed in altri luoghi, sono sempre pronti a sostenere che “le sentenze non si commentano, ma si applicano.”, e che “la magistratura è la parte più sana della nostra società civile.”.
Erano le anime belle, partigiane della Costituzione in servizio permanente effettivo, sempre pronte a scendere in piazza contro le norme liberticide licenziate dal Parlamento dei venduti, erinni indefesse contro chi osa criticare i magistrati, quelle anime che dormono con la foto di Santoro e Travaglio sul comodino e che leggono il Fatto e la Repubblica.
Erano, in maggioranza, proprio costoro quelli che ieri sera volevano il sangue di Amanda e Raffaele, quelli che si indignavano contro lo stato di questa giustizia italiana, quelli che beceravano contro il protagonismo mediatico di Amanda Knox, senza ricordare che la stessa era in carcere. Quelli che volevano vedere Amanda, e dietro di lei l’America, dietro le sbarre per sempre.
Quelli erano coloro che fischiavano ed urlavano contro gli avvocati ed i magistrati che, in nome del popolo italiano, avevano osato assolvere con formula piena i due imputati.
Che si possano avere opinioni diverse su una vicenda processuale è sintomatico di un paese libero e democratico, che ci si possa dividere tra innocentisti e colpevolisti posso arrivare anche a capirlo. Ma che si arrivi all’Orda assetata di sangue, questo mi fa orrore e dovrebbe fare orrore anche a tutti coloro che il diritto e la Costituzione di questo grande paese la rispettano sul serio sempre.
Non, solamente, quando fa comodo….

quell’11 settembre di 10 anni fa…

settembre 11th, 2011 § 0 comments § permalink

Raramente, immersi come siamo nel flusso quotidiano delle abitudini della nostra vita, ci si accorge di quando la Storia, con la S maiuscola, attraversa la nostra esistenza e ci consegna un fardello di emozioni che, con il tempo, diventa bagaglio di emozioni, di esperienze e di ricordi da condividere con gli altri.
Quell’11 settembre di 10 anni fa, fu proprio uno di quei momenti.
Un momento doloroso e terribile, oscuro ed angosciante, un giorno di dolore e di lutto che ci ha messo tutti nella condizione, non agevole e non facile, di sperimentare la fragilità della nostra sicurezza e della nostra libertà.
10 anni fa, in quell’11 settembre, tutti abbiamo avuto l’esperienza diretta del passaggio della Storia nella nostra vita. Un passaggio orribile e mostruoso che ognuno ha vissuto, indelebilmente, a modo suo.
Sono convinto che chiunque possa raccontare con assoluta certezza cosa fece, cosa disse e cosa provò quella giornata di fronte a quelle terribili immagini che scorrevano in uno scenario allucinante ed allucinato alla televisione. Ebbene, oggi, a 10 anni di distanza, in un anniversario importante ed amaro, ognuno può svolgere il proprio filo della memoria. Un filo unico ed irripetibile. Un filo che unito ai fili degli altri rende unito e coerente tutto l’ordito di quella giornata.
Al di la dell’aspetto qualitativo del tempo trascorso, 10 anni sono il primo spazio per iniziare a fare un piccolo bilancio di quello che ha significato l’11 settembre 2001 per quello che definiamo, comodamente, Occidente.
Oggi però, questo mio post non vuole essere una dotta e professorale analisi strategica e geopolitica di quello che ha prodotto quell’attentato. Allora c’era Bush ed i Neocon, oggi abbiamo Obama ed i Tea Party. Allora Osama Bin Laden esternava in televisione contro i crociati, oggi lo stesso è morto. C’erano i Talebani che distruggevano i Buddha millenari in Afghanistan e c’era Saddam che spadroneggiava sull’Iraq. Sicuramente saranno stati fatti degli errori, ma altrettante cose buone, io credo.
Come ho detto non voglio scrivere una analisi politica. Quello che mi interessa, oggi, con questo mio intervento è quello di non far spegnere la fiamma della memoria.
Questo mio post lo voglio scrivere per onorare la memoria delle 2996 vittime dell’attentato terrorista al World Trade Center.
Questo mio post lo voglio scrivere per ringraziare i pompieri e tutte le forze di sicurezza di New York.
Questo mio post lo voglio scrivere per i morti in Afghanistan ed in Iraq e per le loro famiglie.
Questo mio post lo voglio scrivere per me, per ricordarmi il sapore di quelle lacrime che rigavano il mio viso quel giorno e per non dimenticare la presa stringente dell’angoscia sul mio cuore.
Questo mio post lo voglio scrivere soprattutto per la libertà. Perché essa, insieme alla vita, è il bene più prezioso che abbiamo e dobbiamo combattere ogni giorno per difenderla, perché non è automatica e perché non è così forte come pensavamo.
La libertà. E’ questa la nostra forza più grande ed è questa che oggi dobbiamo onorare e festeggiare.
In memoriam…

Obama 201…2.0

aprile 10th, 2011 § 2 comments § permalink

Il presidente americano Obama ha ufficialmente lanciato la sua campagna per la rielezione nel 2012. Probabilmente riuscirà a farlo, grazie anche alle profonde fratture ideologiche e strategiche che il campo repubblicano sta attraversando, nonostante la vittoria di Mid Term e la scossa dei Tea Party.

Obama è una macchina da marketing e un grande oratore, sarebbe da stupido negarlo. E’ il politico che, meglio di tutti, ha capito l’efficacia della comunicazione nell’era della condivisione e della empatia.

Quello che ci preme sottolineare è la scelta dello slogan della campagna. Il presidente Obama è passato dal famosissimo “yes, we can” al “I’m in”.

Scelta comunicativa molto particolare e significativa. Mentre nel 2008 serviva la costruzione di una nuova identità e di una nuova maggioranza, contro lo “sporco e cattivo” Bush. Oggi serve parlare alle singole persone, serve accrescere quella maggioranza. Non serve consolidare quella maggioranza, ma accrescerla.

Una prova di forza, per niente sminuita dal passaggio dal plurale we al singolare I.

Davvero Obama 201..2.0


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