Occupare la prateria – parte 1

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Da tempo sosteniamo che, soprattutto dopo l’ultima sconfitta elettorale amministrativa del centrodestra, si è aperta una prateria politica che, tranne alcuni sparuti gruppi, nessuno sembra voler occupare.

Uno di questi gruppi è il Tea Party Italia che, già dal suo nome, guarda all’esperienza innovatrice e palingenetica nei confronti del campo repubblicano dei Tea Party negli Stati Uniti.

Nonostante un certo ostracismo da parte del mainstream mediatico italiano, sempre affetto di un misto tra provincialismo e presentismo, il Tea Party Italia è uno dei pochi network politici a funzionare ed ad produrre idee sia nella rete che off-line.

Non è un caso, infatti, se alcuni suoi esponenti abbiano rivolto un appello pubblico a Silvio Berlusconi perchè usi il modello Tea Party per rifondare Forza Italia.

Sarebbe troppo comodo e semplicistico, a nostro parere, descriver il Tea Party come la (possibile) risposta a Grillo da parte di un centrodestra.

Il Tea Party italia non nasce per merito del centrodestra, ma nonostante esso.

Esso, infatti, non è frutto di uno studio di marketing e non ha come collante l’avversione verso la politica.

I Tea Partigiani, certamente muovono dalla delusione di una mancata rivoluzione liberale, ma hanno saputo sfruttare questa delusione come carburante per il proprio impegno.

Un impegno culturale e civile, ma non elettorale, visto che, fino ad adesso, non si sono mai presentati a nessuna competizione elettorale.

Certe volte, vista la scarsa qualità di alcuni eletti, viene da chiedersi cosa succederebbe in Parlamento se il governo Letta fosse incalzato da una piccola pattuglia del Tea Party, secondo noi, ne basterebbero almeno cinque.

Lotta al fisco predatorio, meritocrazia, liberalizzazioni e una massiccia cura dimagrante per lo Stato, attraverso una potente azione deburocratizzante, sono e parole d’ordine di questo movimento.

Le stesse parole che sono il vocabolario base dei nativi della prateria.

OLTRE-Berlusconi ?!!?

settembre 1st, 2013 § 0 comments § permalink

Il presidente Giorgio Napolitano ha vergato, con un apposito messaggio, la sua opinione riguardo questo convulso momento politico post condanna di Silvio Berlusconi. Lo ha fatto con un messaggio ricco di spunti di riflessione che, ovviamente, i falchi e le colombe di ciascun schieramento hanno letto in maniera diversa e simmetricamente speculare.

Il presidente Napolitano, in un raro esempio di equilibrio, è riuscito a scontentare tutti e quindi, per le regole della politica italiana, ha fatto la cosa giusta.

Ci sarebbe stato bisogno, in una democrazia matura, di un simile messaggio da parte del presidente della Repubblica ? Ovviamente no.

Ma in questo strano e particolare momento politico, niente di normale sembra funzionare.

Il risultato delle ultime elezioni politiche ci hanno consegnato:

1.un partito che è arrivato primo, ma non ha vinto, anzi nell’immaginario collettivo h nettamente perso;

2.un partito che non è arrivato primo, ma ha vinto e di cui la leadership si è nettamente consolidata;

3.un ex premier che, nonostante il tifo europeo e dei giornali politicamente corretti, non ha saputo leggere ed interpretare le pulsioni della società civile stritolata da una crisi culturale ed economica mondiale, e che si è appoggiato a partiti decotti ed abortiti ed ad un associazionismo elitario in nome di un attendismo politico, arrivando quarto;

4.un movimento liquido di protesta che, grazie alla faccia di un comico ed a strategie di guerrilla marketing, ha saputo costruire, sfruttando la rete come mezzo di militanza politica, un fronte dello scontentismo.

Di fronte a questi dati il risultato poteva essere uno solo, cioè le cd. larghe intese, ed è quello che è avvenuto. Tutti sanno che questo stato di cose non è eterno e che, presto o tardi, bisognerà che la dialettica politica ritorni ad agire funzionalmente e correttamente.

Questa condizione attuale, però, può essere usata per piantare quei semi del cambiamento e della innovazione istituzionale e politica di cui l’Italia ha assolutamente bisogno, e non da adesso.

Le risposte, però, non possono risiedere in un nostalgico e ammirato ritorno al passato, inteso come spazio mitico della palingenesi politica e partitica.

Da qualche tempo, su questo spazio, stiamo segnalando la presenza di uno spazio politico e, probabilmente partitico, completamente nuovo.

Una novità magmatica ed anarchica, varia, ma non avariata, confusionaria, ma non confusa, potenzialmente esplosiva.

Una prateria l’abbiamo chiamata, che si è aperta alla destra del centrodestra italiano, dopoché lo stesso centrodestra ha lasciato cadere alcune battaglie storiche ed ha scordato parole d’ordine che, invece, avrebbero dovuto essere parte integrante della propria costituency.

Il problema è proprio questo: al posto di parlare del dopo Berlusconi, bisognerebbe iniziare a discutere ed immaginare l’oltre.

Un oltre che non rinneghi Berlusconi ed il berlusconismo, ma che sappia trarre proficui insegnamenti e consigli da questa esperienza, che sappia analizzare il perché non si è arrivati a quella sospirata rivoluzione liberale, in un momento storicamente favorevole, e che sappia trovare un percorso politico favorevole alla sua realizzazione.

Una rivoluzione che sappia innovare la tradizione, ibridandola, ma senza snaturare, con le nuove opportunità di condivisione e di trasmissione delle opinioni che la tecnologia offre.

Una rivoluzione smart, praticamente.

Condannato !!!

agosto 1st, 2013 § 0 comments § permalink

La Corte di Cassazione ha deciso.

Silvio Berlusconi è stato definitivamente condannato, per il reato di frode fiscale, a 4 anni di reclusione nell’ambito della vicenda nota come MediaTrade.

La Corte  ha annullato, con rinvio alla Corte di appello di Milano per una nuova definizione, la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.

A noi, sinceramente, non interessa schierarci tra i giacobini festanti o tra i lealisti piagnucolanti.

Abbiamo votato e sostenuto convintamente Silvio Berlusconi negli scorsi anni, non ce ne vergogniamo e non lo rinneghiamo.

Lo abbiamo fatto in nome (e per conto) di quella rivoluzione liberale che sia Forza Italia che il Popolo della libertà non è mai stato capace di fare.

Peccato !!!

Peccato, perché questa condanna è quanto di più ironico possa esserci.

Berlusconi, infatti, viene condannato per non aver saputo, o potuto, oppure voluto fare quella che doveva essere il cardine della sua rivoluzione liberale: la riforma del sistema tributario italiano.

Al di la della ironia, però, questa sentenza non può essere liquidata in maniera lieve.

Anzitutto viene da chiedersi se questa sia la fine di Berlusconi e dell’attuale centrodestra italiano ?

Certamente,secondo noi,  questa condanna non segna la fine del Cavaliere.

Sicuramente, però, non è neanche un punto a suo favore, o meglio a favore della sua immagine.

Berlusconi non abbandonerà la scena politica ed il suo partito, anzi, probabilmente, ci si dedicherà con maggiore impegno e maggiore visibilità.

Ne avremo una prova a settembre con il ritorno al futuro antico di Forza Italia.

L’altra domanda riguarda, inevitabilmente, le ricadute sul governo Letta.

Il PdL non farà cadere il governo Letta, questo è chiaro, ma aspetterà che sia il Pd del nuovo segretario che uscirà dal congresso di ottobre/novembre a staccare la spina.

Interessante sarà vedere cosa accadrà al Senato nel momento in cui si deciderà sulla decadenza del senatore Berlusconi.

Il voto del Pd sarà la cartina di tornasole del suo congresso.

Queste le nostre valutazioni politiche sul passato e sul presente.

Per quel che riguarda il futuro, la condanna di Silvio Berlusconi non può e non deve inficiare l’urgente bisogno di una nuova organizzazione di centrodestra e di una vera rivoluzione liberale.

Su tutti e due i fronti il centrodestra berlusconiano è indietro, se non fuori tempo massimo.

Siamo convinti che, dopo, oppure nonostante questa condanna, quello spazio politico che, per comodità, chiamiamo destra sia pervasa da forti sommovimenti intestini destinati a defragare.

Per quel che riguarda la rivoluzione liberale, questa non può non essere scissa dalla forma futura della destra.

Una forma che deve essere congruente e coerente con i contenuti della stessa.

Una rivoluzione che dovrà investire il fisco e la giustizia, come minimo.

Rifondare AN ? No, grazie. Costruire un partito repubblicano-conservatore all’anglosassone ? Con molto piacere

giugno 15th, 2013 § 0 comments § permalink

La batosta di Alemmanno, ad opera di Ignazio Marino, alle ultime elezioni amministrative ha imposto, all’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, la situazione comatosa, quasi irreversibile, in cui si dibatte la destra politica italiana.

Una destra che, dopo l’esperienza di Alleanza Nazionale, si è frammentata in una serie di rivoli asfittici e stagnetti maleodoranti al punto da rendere, quasi, insignificante la presenza politica di esponenti della destra.

Le varie fratture, avute, a destra si sono registrate o in nome di un anacronistico ritorno al passato, o in nome di un’asfittica fedeltà alla tradizione, o in nome di un facile entusiasmo verso una melassa progressista oppure in nome di una accettazione del più becero e sterile politicamente corretto.

La destra italiana si è rotta, infatti, o perchè ha voluto ritornare troppo indietro oppure perchè ha voluto correre troppo in avanti.

O si è voluta fermare, o ha voluto andare troppo veloce.

Mai che abbia deciso di andare al passo con i tempi e con le realtà culturali che stavano modellando il mondo, cercando una propria via ed un proprio modo di vivere e leggere il tempo che stava vivendo.

Questi continui strappi, non hanno fatto altro che logorare il tessuto di una comunità capace, oltre che di un pensiero autonomo, di saper imporre la propria agenda all’attenzione della pubblica opinione.

Una comunità che, per la maggior parte, non ha potuto che rifugiarsi sotto gli ampi e comodi mantelli del berlusconismo, pur sapendo ed avvertendo che il berlusconismo non era assimilabile ed omogeneo a quel pensiero sotterraneo e “clandestino” che la destra italiana aveva elaborato. Una comunità che, pian piano, ma inesorabilmente, ha lasciato cadere i propri ideali ed i propri punti di riferimento per “conformarsi” all’ideologia pret a porter del padrone della coalizione e, soprattutto, della sua cricca barocca e decadente. Una comunità che, ad opera dei cd. colonnelli, ha barattato le poltrone di governo con il mutismo e con la rassegnazione.

Anche chi ha pensato di poter avere una vita autonoma, e magari, per una stagione elettorale, ha strepitato contro Berlusconi, ha saputo cogliere al volo l’occasione di posarsi su una poltrona di governo e divenire colonnello dei pretoriani.

Gli altri, confusi ed infelici, hanno scelto, consapevolmente, la via elitaria e/o quella della marginalizzazione. In questo solitario solipsista un grande aiuto intellettuale è stato dato da Internet e soprattutto dai social network.

Se, infatti, oggi si può tornare a parlar di una destra (ri)unita, è forse merito di tutte quelle persone che, grazie ai social media, sono rimaste in contatto ed hanno avuto il coraggio intellettuale di continuare a parlarsi.

Oggi, però, non è possibile, a mio parere, rifondare Alleanza Nazionale.Certo la sua lezione non va certo dimenticata, ma nemmeno può essere presa a modello.

Meno che mai può essere preso a modello il PdL, ove il modello della integrazione è data dal matematico 2/3 Forza Italia, 1/3 AN.

Quello che, a mio modesto parere, la destra (che vuole riunirsi) dovrebbe fare è costruire un partito conservatore prendendo a modello l’omonimo partito inglese ed il partito repubblicano americano, ibridato dai Tea Parties.

Un partito che decida di occupare la destra di Berlusconi in nome di alcune figure come Margareth Tatcher, Paolo Borsellino e Steve Jobs. Un partito che non guardi alla tradizione come un dogma incrollabile ed al futuro con ingenuo ottimismo, un partito che decida di parlare la lingua dello spirito dei tempi, che si occupi di start up e non solo di dipendenti pubblici, che riesca a coniugare meritocrazia e solidarietà senza rimpiangere welfare universalistici con contributi a pioggia, finanziato da troppe tasse, raccolte da un fisco pervasivo e stritolatore, che sappia unire fecondamente merito, legalità ed impresa, solo per fare qualche esempio.

Un “partito” liquido, connesso e pensante, e non pesante, che difenda i diritti civili e che voglia conquistarne di nuovi, garantendo al contempo l’ottemperare ai doveri civili.

Un tale partito è,secondo me, possibile. Ma non possono farlo i colonnelli di adesso e di un tempo che fu. E’ stata la loro mentalità a produrre gli strappi nel tessuto della destra italiana ed è per questo che non riusciranno mai a ritesserla, o al limite ripararla.

Questo compito spetta ad altri.

A dei sognatori, a dei visionari, a dei coraggiosi che decidano di saltare sui propri carri per conquistare quella prateria politica che nessuno sembra voler colonizzare.

Non è un caso se la parabola della Destra italiana vincente ed al governo era iniziata nel 1993 con la candidatura a Sindaco di Roma di Gianfranco Fini ed è finita con la sconfitta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel 2013.

Un altro ventennio, se mi passate la battuta !!!

 

Caro Cav. se prima di Grillo avessi visto in “casa” tua, avresti scoperto molto prima la Web Revolution

giugno 28th, 2012 § 0 comments § permalink

Pregiatissimo Onorevole Berlusconi,

non passa giorno oramai che un qualunque giornale non riporti la notizia della sua “infatuazione” per il movimento 5 stelle e per l’uso che Beppe Grillo fa delle potenzialità della Web Revolution.

Certamente è una buona cosa, sempre più, infatti, il messaggio, soprattutto, se politico passerà sulla rete e non sarà mai un messaggio ad una direzione ed ad unico contenuto, ma sarà condivisibile e editabile da chiunque abbia una connessione.

Un assaggio della potenza della rete, in verità, lei lo ha già avuto nelle elezioni del Sindaco di Milano. Non passava direi minuti senza che ogni parola della Moratti, nonostante la potenza di fuoco e di denaro di cui disponeva, non venisse capovolta ed usata contro di lei grazie ad una ironia diffusa e condivisa.

Sappiamo benissimo come è andata a finire.

E’ stata il primo di tanti calci nei denti che lei ed il suo “partito” avete subito, dopochè avete avuto veramente la possibilità di cambiare l’Italia per sempre.

Ma lasciamo stare questa che, oramai, è storia.

Ora viene il momento di Beppe Grillo e, legittimamente, lei cerca di recuperare il tempo perduto (ed anche i voti) facendo quello che qualunque buon manager farebbe di fronte alla perdita di fatturato: cercare di capire come funziona il concorrente e replicarne l’organizzazione.

Vista la situazione attuale lei fa davvero bene.

Ma se, invece, di trastullarsi (e perdere tempo) con i colbertismi alla Tremonti ed le bozze di Calderoli lei avesse dato un minimo sguardo al suo “campo” di sostenitori, oggi, molto probabilmente, avrebbe lei un vantaggio competitivo che avrebbe messo Grillo sulla difensiva.

Quel “quid” era, anzi è, Tocqueville.it .

Sarebbe bastato che qualche suo collaboratore, piuttosto che  sottoporre i soliti nomi per le solite poltrone, le avesse messo di fronte un pc, o magari un Ipad e le avesse detto: “questi qui, sono persone toste !!!”.

Sarebbe bastato che nel mattinale del mattino, insieme alla tradizionle rassegna stampa, qualche anima buona ed intraprendente le avesse messo anche qualche stampa di qualche post, tratto proprio da Tocqueville.it, per vedere la comunicazione del suo governo fare un salto quantico quanto a qualità.

E sarebbe bastato che qualche “notabile” della sua classe digerente, (e non è un refuso o una svista), avesse letto più The Right Nation o Nota Politica e meno Signorini per poter brillare di luce propria in qualunque talk show fosse anche Servizio Pubblico di Santoro.

Purtroppo così non è stato.

Le scrivo queste parole con rabbia. Con quella rabbia che solo gli innamorati traditi possono avere. Con quella passione civile che un italiano, orgoglioso del proprio paese, conserva dentro al cuore. Con quella malinconia, mista a cinsimo, dopo aver visto la sua promessa di rivoluzione liberale naufragata sull’aumento delle accise sulla benzina per finanziare il FUS.

Non è che Beppe Grillo o noi di Tocqueville.it avessimo un ingrediente segreto, come in Kung Fu Panda, oppure possedessimo dei poteri magici come Harry Potter. Abbiamo solo più entusiasmo di tutti quei cascami che lei si porta dietro, come la destronza in tacco 12, o i ducetti in sedicesimi con la camica nera macchiata da Amatriciana o i baciapile cattolic-chic progressisti sempre dalla parte giusta oppure i suoi berlus-cloni.

Non è, infatti, un caso se, in mezzo a tutte le fantomatiche liste nessuno abbia mai proposto una lista fatta da blogger o da persone visibili sulla rete nel campo del centrodestra.

La web revolution del PdL si è fermata a Gogol.

Purtroppo…

Questo o quello per me pari non sono (parte 1)

giugno 7th, 2011 § 1 comment § permalink

Questa è la prima parte di un post, altrimenti troppo lungo (spero domani di poter mettere la seconda parte)…

Nessun minimalizzazione e nessun ingigantimento. E’ necessario che si prenda atto di un fatto incontrovertibile e difficilmente smentibile: “questo” Berlusconi ha perso nelle due sfide chiave e simboliche di Milano e Napoli.

Ma alla sconfitta di “questo” Berlusconi non è seguita una affermazione del Partito Democratico, visto che i due neo sindaci, Pisapia e De Magistris, sono espressione di candidature antagoniste, se non antitetiche, alle candidature ufficiali del Pd.

Da parte del centrodestra è necessario, alla luce di questa battuta di arresto, prendere atto e cercare di correggere alcune storture che la stella luminosa di Berlusconi ha sempre coperto e che un (momentaneo) passaggio a vuoto dello stesso ha drammaticamente portato alla ribalta.

La questione partito ovvero la forma dell’acqua

Berlusconi ha perso, ma il Popolo delle libertà non è mai stato capace non dico di vincere, ma nemmeno di poter esistere. Ho scritto, con una metafora forte, che il PdL è una metastasi che non aiuta, ma semmai ostacola l’azione politica del Cav.

Un partito, nato sull’intuizione del predellino e confermato da ampi risultati elettorali, che voleva rappresentare almeno il 40% degli italiani, (ed alle ultime europee ci è andato molto vicino), non poteva sopportare oltre il paradosso della divisione 70/30 tra ex FI ed AN.

Un partito che subisce la scissione del cofondatore, (di cui non avverto la mancanza), perchè non accetta il correntismo, non può tollerare la proliferazione di cene, cenette, conventicole, associazione e convegni senza accorgersi o capire che questi segnali discordanti, alla lunga, creano delle distorsioni all’interno dell’elettorato, è davvero preoccupante.

Il fatto poi che il solo Bondi, dei tre coordinatori nazionali, abbia avvertito la sensibilità di rassegnare le proprie dimissioni, e che, invece, nessun coordinatore regionale lombardo o campano, nessun coordinatore provinciale napoletano o milanese e nessun coordinatore comunale meneghino o napoletano lo abbia fatto, la dice lunga sulla capacità e sulla lungimiranza politica di chi è stato cooptato a ricoprire certi ruoli.

Il fatto poi in Campania che il PdL sospenda due candidati nelle liste di un comune perchè indagati in odore di camorra e, però, continui ad essere guidato da un coordinatore regionale che ha pendente una richiesta di arresto per presunte collusioni con la camorra è certamente un paradosso ed una contraddizione che, elettoralmente, si paga ed anche caro.

Pur non avendo la forza di togliere di mezzo il triumvirato, frutto del compromesso e di una situazione transistoria, Berlusconi ha capito che c’è bisogno di un amministratore ed un decisore unico ed ha scelto una persona equilibrata ed intelligente come Angelino Alfano, delegando a lui una sorte di potere vitae ac necis su tutti gli aspetti del partito.

Certo che una situazione che vede la coesistenza di Alfano con il vecchio triumvirato dei coordinatori non è tollerabile oltre un normale periodo di riforma dello statuto del partito. In questo ci sentiamo di avallare la definizione che il direttore Feltri ha dato della notizia: “una pecetta”.

E i risultati di Milano e Napoli dicono che di pecette, l’elettorato del centrodestra è stufo.

Primarie ovvero massicce dosi di democrazia interna

Il fatto che lo stesso Alfano non abbia chiuso la porta in faccia alla ipotesi delle primarie, proposta lanciata sia da Ferrara che da Formigoni, per la scelta dei candidati e della leadership nazionale è sicuramente un buon segnale.

Ma non chiudere le porte non vuol dire accettarle come una prassi.

Non è un caso se, mentre si riassorbiva lo shock della sconfitta, sono cominciati i distinguo sulla proposta.

Il fatto che, mentre ancora si discuta se adottare o meno le primarie, qualcuno si preoccupi di blindare la partecipazione per “evitare” pericolose infiltrazioni è quanto meno stonato.

Il PdL per sua natura e per sua vocazione avrebbe dovuto essere un progetto ampio ed inclusivo, capace di dar una voce ed una cittadinanza politica ad un variegato elettorato che si sentiva naturalmente popolare, liberale, conservatore e socialista anche se, spesso, non manifestava il proprio orientamento.

Era l’immagine della maggioranza silenziosa ed operosa che faceva piuttosto che parlare, che decideva per le spicciole piuttosto che perdersi dietro inutili formalismi.

Semplicità, partecipazione, trasparenza e meritocrazia erano le colonne e le parole d’ordine che più echeggiavano nelle parole del congresso fondativo.

Ebbene quando tutto viene deciso sui tavoli romani e nelle segrete stanze, quando non si riesce a comporre sul territorio le liti che qui nascono e, quando ancora si va avanti con la finzione della non esistenza di correnti, mentre si assiste alla proliferazioni di centri studi, associazioni, cene e conventicole. Di fronte a tutto questo è naturale che si arrivi ad una situazione di un attuale riflusso che però può divenire un potenziale rigetto.

Scegliere, scegliere, scegliere dal candidato alla circoscrizione al presidente nazionale, passando per i vari livelli di coordinamento e di elezioni, senza paracaduti e senza ombrelli per una classe dirigente cooptata e chiusa sul proprio conservatorismo.

Su questo vi invito a firmare la petizione on line per l’introduzione delle primarie che The Right Nation e Daw hanno proposto.

Perchè. io credo, è meglio correre il rischio di morire per una massiccia dose di democrazia interna che perire lentamente per autocombustione.

fine parte 1

Ritornare al passato….

maggio 17th, 2011 § 0 comments § permalink

Berlusconi ha perso questo turno elettorale. E’ bene dirlo in maniera franca e diretta, così come ha fatto Ferrara ieri sera, senza indorare la pillola.

Doveva pur succedere prima o poi, anche se è successo molto poi, ma è accaduto.

Quello che però mi sconcerta è la completa assenza del partito del popolo della libertà. Il Pdl, sia organicamente che individualmente, non è stato capace di sopperire ad alcune difficoltà del suo leader.

Come nel pasticciaccio brutte delle liste elettorali nel Lazio, durante le scorse elezioni regionali, tutto il Pdl ha fidato, con spirito italiota, nello stellone del capo, credendolo, davvero, capace di fare il miracolo ancora una volta.

Il Pdl è un fantasma che, se va bene, non aggiunge niente, e, se va male, rischia di complicare i procedimenti elettorali, di appesantire la raccolta del consenso e di intorbidire la selezione di una classe dirigente almeno all’altezza della definzione.

Basta leggere i titoli di oggi per capire che, nel centrodestra, manca il partito. Tutti indicano in Berlusconi lo sconfitto, ma nessuno indica in Bersani il vincitore. Al massimo si parla di Pd.

Questo è emblematico del fatto che il one man party, oramai, mostra le corde. Non per bravura degli avversari, ma per autoconsunzione interna per mancanza di pensiero, strategie e visione.

Non è un caso se il Pdl, a Milano, prende meno voti di quelli che, nella scorsa tornata, prese Forza Italia da sola.

Il sorprendente risultato di Milano, ove Pisapia ha saputo incarnare un buon mix tra la rivalsa radical chic antiberlusconiana, la voglia di pacatezza di una certa borghesia conservatrice, la spinta caritatevole ed accogliente di certa chiesa e un certo diffuso profumo liberalsocialista.

Un mix che, nel 1994, sarebbe stato inconcepibile, e se portato agli elettori sarebbe stato indigesto e rifiutato in blocco.

Ecco quello che ci vuole tornare allo spirito del 1994. Uno spirito che non fu prodotto da Berlusconi, ma di cui Berlusconi seppe, molto meglio di altri, incarnare l’elemento catalizzatore.

Ritornare al passato glorioso della rivoluzione liberale.

A quel centrodestra liquido e diffuso che aveva saputo unire Martino ad Alemanno, Pera a Tatarella, Taradash a La Loggia. Un centrodestra che riusciva ad andare da Fini a Pannella passando per la casalinga di Voghera. Un organismo, magari assomigliante al Sarchiapone, ma capace di produrre idee, progetti, entusiasmo e militanza.

Paradossalmente quello spirito del ’94, sembra, oggi, essere incarnato dal movimento dei grillini che riesce ad ibridare una carica antipolitica, potenzialmente devastante, con venature di innovazione, e che vede nel web il proprio motore, capace di sfondare anche nel reale.

Ieri, per esempio, Radio Radicale dava conto e commentava i Tweet che Pisapia pubblicava on line mano a mano che i risultati venivano resi noti. Da parte della Moratti nemmeno un sms.

Ritornare allo spirito del ’94. A quel mitico programma della prima Forza Italia, che conservo ancora gelosamente, come il segno di una stagione liberale in Italia.

In queste due settimane o il centrodestra riesce a ritrovare la sua ragione sociale, oppure la breccia di (Pisa)pia romperà davvero il muro di palazzo Marino a Milano.

Condivido in pieno l’analisi del voto milanese e non che Mancia e Bressan fanno su The Right Nation.it.

“…perde il Berlusconi che voleva cambiare la politica ed è stato cambiato dalla politica e perde il Gianfranco Fini che ha vissuto di politica per tutta una vita.  Perdono partiti, movimenti, organigrammi ed establishment scelti senza un minimo di meritocrazia e con procedure degne più dei vecchi regimi totalitari che delle moderne democrazie.  Perde chi non ha saputo riformare, liberare, semplificare questo paese e chi invece ha sempre remato contro la rivoluzione liberale. Perdono le destre sociali che tali sono per tradizione e quelle che lo sono diventate perché occorreva ingrassare gli ingranaggi della macchina statale.

Perdono i liberali moderati come noi, quelli che avevano sognato una destra anglosassone e si sono ritrovati incastrati in partiti poco inclini a voler ridurre il loro peso nella vita dei cittadini. Ripartiamo da poche cose, ma ripartiamo.”

Solo quell’entusiasmo, quella passione, quelle idee possono, soprattutto a Milano

Cos’è rimasto oggi di quella rivoluzione ?

Poco davvero poco, se la voce di Letta viene soffocata da quella della Santanchè.

Nello spazio pubblico

marzo 5th, 2011 § 0 comments § permalink

Ci sono alcuni fatti che, ultimamente sono successe, che, a mio modesto parere, meritano qualche riflessione.

Mi riferisco a due “eventi” culturali come la riflessione di Eco a Gerusalemme e la vittoria di Roberto Vecchioni a Sanremo.

Dico subito che la vittoria di Vecchioni è stata strameritata e la canzone è davvero bella ed emozionante.

Quello che non mi è piaciuto sono le esegesi sulle motivazioni del voto popolare, su quelle elucubrazioni, francamente cervellotiche, sulle motivazioni psicologiche e sui significati reconditi da attribuire alla conquista della kermesse canora italiana.

Si è concluso che la vittoria di Vecchioni sia il segno di un risveglio italiano dall’incubo berlusconiano, così come segni di questa riscossa sono stati, ultimamente, la “rivolta” studentesca contro la riforma Gelmini e la c.d. manifestazione per la dignità della donna.

Sinceramente mi rimane davvero difficile credere che da Sanremo, evento italiano quantomai televisivo per antonomasia, possa arrivare il segnale per il rovesciamento della “telecrazia”.

Proprio da quel Sanremo, condotto dai vari mostri sacri dell’immaginario televisivo, come Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Raimondo Vianello e Paolo Bonolis, il cui esito è rimesso al voto telefonico della sua audience, i custodi della verità e della rivoluzione traggono gli auspici di una nuova stagione di rivolta contro il potere di Silvio Berlusconi.

Credo che l’ironia e la stupidaggine di questa posizione sia talmente evidente.

La verità, sono convinto, che sia molto molto più semplice. Vecchioni ha vinto perchè è bravo, e la sua carriera lo dimostra, e perchè la sua canzone è bella e meritava.

Umberto Eco, ed i suoi libri, hanno segnato la mia formazione intellettuale e quindi provo una certa ritrosia a “polemizzare” con le sue prese di posizione.

Il suo Diario minimo è, infatti, uno di quei libri che rileggo sovente e volentieri. I suoi saggi sulla fenomenologia di Mike Buongiorno o sui paradossi urbanistici di Milano sono oggetto della mia invidia intellettuale e letteraria.

Il nome della Rosa mi ha fatto scoprire il mio lato esoterico ed ha portato alla luce la mia curiosità verso il Santo Graal ed i templari.

Umberto Eco, come scrittore e come studioso, è quindi per me un gigante ed un esempio.

Eppure non posso seguirlo quando, anche se per paradosso e per provocazione, paragona Berlusconi ad Hitler.

Il compito di un intellettuale è quello, secondo me, di allargare e indicare nuovi sviluppi di quelle spazio pubblico che è la cultura.

Un intellettuale dovrebbe imparare nuovi usi creativi della cultura, scoprire nuove strade per nuove mete.

Un intellettuale dovrebbe vivere il futuro e suscitare negli altri la voglia di arrivarci, raccontandolo.

Non dovrebbe essere avvitato ad un eterno presentismo.

Non sto dicendo che gli intellettuali dovrebbero fregarsene del presente e della attualità, ma dovrebbero usare il presente come punto di appoggio per esercitare la leva del futuro e non come punto di arrivo di una riflessione pubblica.

In nome di questo presentismo assoluto ed assolutorio, gli intellettuali italiani stanno abbandonando lo spazio pubblico e si stanno richiudendo in solipsistici eremi e torri d’avorio, certificando, con il loro comportamento, una ritirata dei costumi nazionali.

Ed è davvero triste, vedere un paese di Santi, Poeti e Navigatori guardarsi il proprio ombelico.


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Nello spazio pubblico su Fabrizio Cipollini.