Ritornare al passato….

maggio 17th, 2011 § 0 comments § permalink

Berlusconi ha perso questo turno elettorale. E’ bene dirlo in maniera franca e diretta, così come ha fatto Ferrara ieri sera, senza indorare la pillola.

Doveva pur succedere prima o poi, anche se è successo molto poi, ma è accaduto.

Quello che però mi sconcerta è la completa assenza del partito del popolo della libertà. Il Pdl, sia organicamente che individualmente, non è stato capace di sopperire ad alcune difficoltà del suo leader.

Come nel pasticciaccio brutte delle liste elettorali nel Lazio, durante le scorse elezioni regionali, tutto il Pdl ha fidato, con spirito italiota, nello stellone del capo, credendolo, davvero, capace di fare il miracolo ancora una volta.

Il Pdl è un fantasma che, se va bene, non aggiunge niente, e, se va male, rischia di complicare i procedimenti elettorali, di appesantire la raccolta del consenso e di intorbidire la selezione di una classe dirigente almeno all’altezza della definzione.

Basta leggere i titoli di oggi per capire che, nel centrodestra, manca il partito. Tutti indicano in Berlusconi lo sconfitto, ma nessuno indica in Bersani il vincitore. Al massimo si parla di Pd.

Questo è emblematico del fatto che il one man party, oramai, mostra le corde. Non per bravura degli avversari, ma per autoconsunzione interna per mancanza di pensiero, strategie e visione.

Non è un caso se il Pdl, a Milano, prende meno voti di quelli che, nella scorsa tornata, prese Forza Italia da sola.

Il sorprendente risultato di Milano, ove Pisapia ha saputo incarnare un buon mix tra la rivalsa radical chic antiberlusconiana, la voglia di pacatezza di una certa borghesia conservatrice, la spinta caritatevole ed accogliente di certa chiesa e un certo diffuso profumo liberalsocialista.

Un mix che, nel 1994, sarebbe stato inconcepibile, e se portato agli elettori sarebbe stato indigesto e rifiutato in blocco.

Ecco quello che ci vuole tornare allo spirito del 1994. Uno spirito che non fu prodotto da Berlusconi, ma di cui Berlusconi seppe, molto meglio di altri, incarnare l’elemento catalizzatore.

Ritornare al passato glorioso della rivoluzione liberale.

A quel centrodestra liquido e diffuso che aveva saputo unire Martino ad Alemanno, Pera a Tatarella, Taradash a La Loggia. Un centrodestra che riusciva ad andare da Fini a Pannella passando per la casalinga di Voghera. Un organismo, magari assomigliante al Sarchiapone, ma capace di produrre idee, progetti, entusiasmo e militanza.

Paradossalmente quello spirito del ’94, sembra, oggi, essere incarnato dal movimento dei grillini che riesce ad ibridare una carica antipolitica, potenzialmente devastante, con venature di innovazione, e che vede nel web il proprio motore, capace di sfondare anche nel reale.

Ieri, per esempio, Radio Radicale dava conto e commentava i Tweet che Pisapia pubblicava on line mano a mano che i risultati venivano resi noti. Da parte della Moratti nemmeno un sms.

Ritornare allo spirito del ’94. A quel mitico programma della prima Forza Italia, che conservo ancora gelosamente, come il segno di una stagione liberale in Italia.

In queste due settimane o il centrodestra riesce a ritrovare la sua ragione sociale, oppure la breccia di (Pisa)pia romperà davvero il muro di palazzo Marino a Milano.

Condivido in pieno l’analisi del voto milanese e non che Mancia e Bressan fanno su The Right Nation.it.

“…perde il Berlusconi che voleva cambiare la politica ed è stato cambiato dalla politica e perde il Gianfranco Fini che ha vissuto di politica per tutta una vita.  Perdono partiti, movimenti, organigrammi ed establishment scelti senza un minimo di meritocrazia e con procedure degne più dei vecchi regimi totalitari che delle moderne democrazie.  Perde chi non ha saputo riformare, liberare, semplificare questo paese e chi invece ha sempre remato contro la rivoluzione liberale. Perdono le destre sociali che tali sono per tradizione e quelle che lo sono diventate perché occorreva ingrassare gli ingranaggi della macchina statale.

Perdono i liberali moderati come noi, quelli che avevano sognato una destra anglosassone e si sono ritrovati incastrati in partiti poco inclini a voler ridurre il loro peso nella vita dei cittadini. Ripartiamo da poche cose, ma ripartiamo.”

Solo quell’entusiasmo, quella passione, quelle idee possono, soprattutto a Milano

Cos’è rimasto oggi di quella rivoluzione ?

Poco davvero poco, se la voce di Letta viene soffocata da quella della Santanchè.

Decidenti, non decadenti

aprile 6th, 2011 § 0 comments § permalink

Nel mio passato universitario c’è un esame che ricordo con una sottile nostalgia: quello di diritto parlamentare. L’ho studiato ascoltando su Radio Radicale, vera e propria palestra di politica, di passione e di vita, le sedute del Parlamento.

Era un momento difficile per il paese, Mani Pulite stava cominciando a montare, e quel Parlamento, passato ingiustamente alla storia come quello degli inquisiti, poteva contare su dei nomi che, bene o male, hanno influenzato la vita e le sorti dell’Italia.

Ebbene quel Parlamento aveva dei leader,non solo nei grandi partiti come la DC o il PDS, ma anche in quei piccoli partiti, come il PLI, il PRI, il PSDI, i Radicali ed anche il MSI, che quando prendevano la parola riuscivano ad ottenere l’attenzione di tutta l’aula.

Ricordo che quando si citavano gli articoli dei regolamenti parlamentari, io sfogliavo avidamente il mio codice costituzionale e cercavo di capire la ratio dell’istituto.

Quel tipo di studio, oltre ad avermi fruttato uno dei pochi 30 della mia carriera accademica, mi ha anche lasciato in eredità una profonda passione ed una discreta conoscenza dei regolamenti parlamentari. E’ stata proprio questa mia conoscenza che mi permise, qualche anno più tardi,  di divenire presidente della Commissione Affari Istituzionali del mio comune, quando fui eletto consigliere comunale.

Ancora oggi non ho abbandonato il vizio di ascoltare Radio Radicale e le sedute parlamentari, ma, sempre più spesso, lo faccio con rimpianto quando mi trovo ad ascoltare sedute che, sempre più spesso, diventano delle arene e dei luoghi per urla beluine ed insulti beceri.

In questo periodo, poi, sull’onda della ennesima indignazione della “Ggente”, l’aula del Parlamento è divenuta il megafono della pancia di alcuni “masaniello” virtuali convinti che il loro ombelico, e quello dei loro fans, sia il centro del mondo. Le Aule del Parlamento diventano così dei meri megafoni degli istinti dello scontro e non il luogo del confronto, incatenate ad un cupo ed immobilizzante presentismo, incapaci di guardare ad un diverso orizzonte temporale che vada oltre il prossimo telegiornale.

E’ di oggi la notizia che le opposizioni abbiano deciso di effettuare un pesante ostruzionismo contro la volontà della maggioranza che sostiene il cd. “processo breve”.

Lungi da me la volontà di contestare la legittimità di questa pratica, unanimemente riconosciuta nelle possibilità della dialettica politica in tutte le democrazie occidentali, quello che mi preme è segnalare la obsolescenza delle regole parlamentari che oggi sono in vigore in Italia.

I regolamenti parlamentari, infatti, non sono delle regole inutili, anzi spesso sono delle vere e proprie costituzioni materiali di un sistema. Ed il fatto che si parli di seconda Repubblica senza che si sia riusciti a cambiare la Costituzione ed i regolamenti della Camera e del Senato è la (sconfortante) fotografia di una classe politica (e dirigente) che è esattamente come il popolo indignato (viola o meno) che staziona fuori dalle Camere.

Non è l’ostruzionismo delle opposizioni lo scandalo della politica, ma queste norme tagliate su un sistema che si è sciolto quasi venti anni fa. Un sistema partitocratico e non rappresentativo, basato sul consociativismo e non sulla competizione, che predilige l’accordo sotto banco e non lo scontro trasparente, (ed al limite duro), tra maggioranza ed opposizione, che non riesce a coniugare, in maniera moderna, il momento della decisione, quello della discussione con la certezza di tempi e di spazi.

Non è un caso che, sulla spinta dei frenetici tempi che viviamo, ci sia stata l’esplosione ed il dilatarsi della decretazione di urgenza e della legislazione delegata.

Sognavamo una democrazia decidente, e stiamo vivendo l’incubo di una democrazia decadente.

Servirebbe un colpo d’ala. Uno di quei colpi di genio di cui l’Italia e gli italiani vanno famosi.

A noi, personalmente, viene in mente una battuta di Guerre Stellari, quando la senatrice Padme commenta la elezione di Palpatine a Cancelliere dell’Impero: “Così muore la democrazia, sotto scrosci di applausi.”.

Da noi, non abbiamo nè Darth Fenner e nemmeno uno Yoda. In compenso, però, le bandiere viola sono ottime come stendardo funebre.


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Decidenti, non decadenti su Fabrizio Cipollini.