The W. Factor

aprile 11th, 2020 § 0 comments § permalink

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Ieri sera il presidente Conte ha annunciato l’ennesimo comitato di esperti che dovrebbe gestire la cd. Fase 2, questo comitato si inserisce in quel mosaico, labirintico e poderoso, normativo-burocratico fatto da più di mille provvedimenti, più o meno, legislativi e di comportamenti imposti, di dubbia legittimità costituzionale, che, per acquiescenza, vengono accettati da quasi tutti.
E’ come se il piano dell’opportunità avesse preso il sopravvento su quello della legittimità, rovesciando il famoso motto che in politica la forma è sostanza.
In nome della salvezza di questa sostanza, abbiamo la politica, che dovrebbe essere l’arte di decidere, divenire la grancassa degli “esperti” e dei competenti, scelti dal potere esecutivo, a fare da tutore al potere esecutivo stesso che, nella sua debolezza e nella sua paura, esautora i luoghi classici della rappresentatività e della democrazia, riducendo il Parlamento in un inutile orpello e perdita di tempo.
Alla politica, rectius al potere esecutivo, resta quindi solo l’apparire, televisivo e social, in cui sfogare la propria rabbia e la propria frustrazione in conferenze stampa, paradossalmente ed ironicamente, mandate in onda dopo il quotidiano bollettino dei nuovi infettati e, purtroppo, dei nuovi morti.
E la comunicazione di chi è debole, intesa come propaganda e marketing, ha anche bisogno dei “cani da guardia”, ed ecco la task force contro le fake news sul coronavirus, che, ben presto, si rivelerà una forza contro le (fake) news sulla Corona, intesa come potere al governo.
Un grande, enorme e, purtroppo, sconfortante confessionale da reality show: The W factor.
Dove W. Sta per Winston.
Purtroppo non, come vorrebbe il nostro premier, nome proprio di Sir Winston Churchill, mitico premier inglese che seppe opporsi al nazismo dilagante nella pavida europa continentale, ma, piuttosto, come Winston, il protagonista di 1984, imperituro capolavoro di George Orwell.
Potremmo scriverci un libro, ma mentre 1984 fu ideato da Orwell, invertendo le cifre dell’anno in cui lo concepì (1948), nel 2020 non possiamo neanche invertire le cifre se non evocando il passato, essendo il 2020 quasi un palindromo, icona simbolica di una condanna ad un eterno ed ironico presente.
Dal grande fratello al grande bordello.

Buon viaggio, SuperSic

ottobre 23rd, 2011 § 0 comments § permalink

La morte è sempre un evento imponderabile e difficilmente comprensibile.
Per chi vive è quasi impensabile abituarsi alla morte, soprattutto se ad essere colpito è un ragazzo giovane.
Ed un ragazzo giovane era Marco Simoncelli.
Giovane con un talento straordinario ed una passione sconfinata: la motocicletta.
E Marco Simoncelli, SuperSic per chi segue il motomondiale, ha incontrato la morte in Malesia sul circuito di Sepang, quasta mattina alle 10 italiane.
SuperSic, ed il suo immancabile numero 58, si sono spenti in un incidente tragico e drammatico, come solo il destino sa ordire.
A rivedere il filmato sembra tutto irreale, sembra tutto talmente programmato per sembrare casuale.
In questo sta la non comprensione e la non accettazione della morte, che non segue il caos, ma un disegno provvidenziale.
Oltre ad una passione sconfinata ed un talento fuori dall’ordinario, SuperSic aveva una verve guasconeggiante, che non era arroganza, e l’immediata empatia e la scoppiettante simpatia che esprimeva con un sorriso solare e caldo.
Gli addetti ai lavori lo avevano già catalogato come un predestinato, e moltissimi tifosi lo avevano già eletto a loro idolo.
E proprio quei tantissimi tifosi, oggi, hanno invaso i vari social network e siti che hanno aperto le loro pagine alle emozioni di un popolo triste e dolorante.
Un fiume di emozioni, di parole e di sentimenti che rendono ancora più umano, ancora più incomprensibile e ancora più inaccettabile la morte di Simoncelli.
Buon viaggio SuperSic, adesso sei libero di correre in cielo per sempre.

Farewell, Steve

ottobre 6th, 2011 § 0 comments § permalink

La sveglia del mio Iphone, stamattina, suona impetuosa, come sempre, alle 6 e 15. Lottando contro la mia proverbiale pigrizia, la spengo, ed accendo la luce della lampada del comodino. La voglia di rimanere, ancora un po’, tra le lenzuola è una tentazione troppo forte per poter resistere. Pigramente allungo la mano sullo stereo ed accendo la radio. Le frequenze sono quelle di Radio 24 che inizia a trasmettere il notiziario mattutino.
La prima notizia è sconvolgente.
Steve Jobs è morto.
La stanchezza e la pigrizia svaniscono in un lampo. Non posso davvero crederci. Steve Jobs, l’uomo che ha rivoluzionato il mondo con le sue intuizioni, ci ha lasciato.
D’istinto prendo il mio Ipad e posto un commento di commiato per lui su Facebook.
Un abitante del futuro, questo era, per me, Steve Jobs. E proprio per questo mi rimane difficile, ancora adesso, credere che non ci sia più.
Era lui, la sua storia ed alcuni spezzoni del suo mitico discorso ai neo laureati di Stanford, i pezzi forti della introduzione dei miei corsi di creatività.
Un guru, un visionario, un rivoluzionario, un imprenditore di successo, un innovatore. Steve Jobs era tutte queste cose e molto di più. Era la moderna incarnazione di chi ha saputo inseguire, e raggiungere, i suoi sogni. I sui sogni sul futuro che sono diventati il nostro presente.
“We are not the navy, we are pirates !”.
“Non siamo la marina, siamo pirati.” Fu questa la frase che Steve Jobs scrisse sulla parete della sede del team che sviluppo’ il McIntosh.
Steve Jobs era un pirata. Un pirata che ha saputo navigare oltre le colonne d’Ercole delle convenzioni e del suo tempo. Un pirata che, ieri sera, è salpato per il suo ultimo viaggio.
Farewell, Steve….


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Farewell, Steve su Fabrizio Cipollini.